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IRAN-USA: ATTACCO ALL’AEROPORTO DEL KUWAIT E STALLO SUI NEGOZIATI


dirt road between ruined buildings under a blue sky
Photo by ali Saleh on Pexels.com

di Patrizia Vassallo

Il 3 giugno 2026 si conferma una delle giornate più critiche per il Medio Oriente, con un’escalation che ha trasformato il Golfo Persico e il Libano in teatri di guerra aperti, nonostante i continui tentativi di mediazione. Il bilancio è pesante: l’attacco iraniano all’aeroporto internazionale del Kuwait ha causato un morto e oltre sessanta feriti, spingendo la regione sull’orlo di una crisi diplomatica senza precedenti, mentre in Libano la scia di sangue non accenna a fermarsi, con diciassette vittime registrate in sole dodici ore tra raid aerei e droni. In questo scenario di altissima tensione, le posizioni dei principali attori rimangono distanti, ma non mancano segnali di un’intensa attività diplomatica parallela. Il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, focalizzato proprio sugli “sviluppi regionali”. Un segnale, questo, di come anche le potenze del Golfo stiano cercando di serrare le fila per coordinare una risposta comune o, quantomeno, per monitorare gli effetti di un conflitto che minaccia la stabilità dell’intera area e le rotte commerciali marittime. Al centro della tempesta resta la figura di Donald Trump. Il Presidente statunitense, in una serie di uscite pubbliche tra podcast e interviste al New York Post, ha inteso chiarire la propria strategia, deridendo l’idea che sia stato manipolato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Al contrario, Trump rivendica la paternità dell’iniziativa bellica contro Teheran, giustificandola come una necessità per impedire che l’Iran ottenga armi nucleari. “Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”, ha affermato con decisione, sottolineando che il suo intervento è stato mosso dalla volontà di proteggere lo Stato ebraico, che sarebbe stato il primo obiettivo di una minaccia atomica iraniana. Nonostante la durezza delle operazioni militari in corso, Trump non ha chiuso la porta alla via del dialogo, arrivando ad ammettere che, a seconda di come evolveranno le cose, un incontro diretto con la Guida Suprema Khamenei rimane un’ipotesi percorribile. Da Teheran, tuttavia, la retorica non sembra aprirsi alla distensione. Esmail Kosari, autorevole membro della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha risposto con toni bellicosi alle azioni americane. Definendo le manovre statunitensi come dettate da una “mentalità malvagia” che alterna ipocritamente negoziati e atti di aggressione, Kosari ha ribadito la linea dura del regime: “Gli americani non capiscono altro che il linguaggio della forza”. Secondo il parlamentare, la risposta iraniana non dovrebbe limitarsi a quanto visto finora, ma dovrebbe farsi molto più incisiva, negando di fatto la validità del cessate il fuoco finché Washington continuerà le proprie operazioni militari. E mentre le diplomazie corrono su binari paralleli cercando di evitare il peggio, la realtà sul campo resta segnata da una violenza sproporzionata. In Libano, le forze israeliane proseguono la pressione sistematica nel Sud, colpendo infrastrutture critiche e personale sanitario in un contesto che, secondo le autorità locali, ha trasformato il Paese in un terreno di scontro per procura, dove la sovranità libanese è ormai costantemente sacrificata sull’altare delle strategie regionali tra Iran e Israele. Con l’incertezza che regna sovrana e le dichiarazioni pubbliche che si contraddicono tra aperture al dialogo e minacce di risposte “sismiche”, il Medio Oriente si ritrova oggi sospeso in un limbo pericoloso, dove la linea tra un possibile accordo e il baratro di una guerra totale appare ogni ora più sottile.

IL FOCUS

Lo scontro sulle parole

Nella giornata di martedì, la discrepanza tra le fonti ha raggiunto il culmine. Mentre i media statali iraniani, citando funzionari locali, annunciavano la sospensione dei contatti tramite i mediatori pakistani in protesta contro l’offensiva israeliana in Libano, il presidente Donald Trump ha scelto la via della fermezza. Attraverso Truth Social, il numero uno della Casa Bianca ha definito le voci di un’interruzione “false ed errate”, ribadendo che le conversazioni procedono senza sosta da giorni. “È ora, in un modo o nell’altro, che voi raggiungiate un accordo”, ha tuonato Trump, ricordando come il braccio di ferro tra i due Paesi duri ormai da 47 anni.

La rotta del petrolio e il nodo nucleare

La priorità di Washington resta lo Stretto di Hormuz, arteria vitale attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale. Chiuso da Teheran in risposta agli attacchi subiti a fine febbraio, lo stretto è diventato il fulcro di un “contro-blocco” americano che ha già deviato oltre 120 navi mercantili. Il Segretario di Stato Marco Rubio, davanti alla Commissione per le relazioni estere del Senato, ha dettato la linea: nessuna concessione sulle sanzioni finché le acque non saranno libere da mine e minacce. Solo in caso di successo in questa “Fase 1”, gli Stati Uniti apriranno il dossier sulle scorte di uranio arricchito. Un percorso complesso che richiede, secondo Rubio, tempi lunghi e una stabilità politica che, al momento, manca del tutto.

Il fattore Israele

A complicare ulteriormente il quadro c’è l’operazione militare israeliana in Libano. Teheran considera le incursioni, in particolare i bombardamenti su Beirut, una violazione dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto ad aprile. La situazione resta critica: sebbene Trump abbia dichiarato di aver convinto Netanyahu a sospendere gli attacchi sulla capitale libanese dopo una tesa telefonata, la realtà sul terreno è diversa. L’esercito israeliano ha infatti diramato nuovi ordini di evacuazione per Nabatieh, confermando che la pressione militare non ha alcuna intenzione di allentare.



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