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MONDIALI 2026: LA TECNOLOGIA DIETRO IL MANTO ERBOSO


di Patrizia Vassallo

Quando tra pochi giorni il fischio d’inizio darà il via ai Mondiali di calcio, l’attenzione di miliardi di spettatori sarà catalizzata dal talento dei campioni e dalla traiettoria imprevedibile del pallone. Eppure, c’è un uomo che, nel momento cruciale, non guarderà né i piedi dei calciatori né la palla: il suo sguardo sarà fisso pochi centimetri più in basso, su quel tappeto verde che è molto più di un semplice contorno.

Trey Rogers della MSU e il suo ex studente, John Sorochan dell’Università del Tennessee, al FIFA Field Day, (ph per gentile concessione dell’Università del Tennessee)

Si chiama John Trey Rogers, è un professore della Michigan State University ed è l’esperto di erba che ha avuto l’onere e l’onore di preparare i campi di gara per la Coppa del Mondo che sta per iniziare. La sfida che Rogers e il suo collega John Sorochan, dell’Università del Tennessee, hanno affrontato negli ultimi sei anni ha dell’incredibile. Con 104 partite spalmate su 16 stadi in tre nazioni diverse – Stati Uniti, Messico e Canada – il torneo si svolgerà in condizioni climatiche estreme, dal caldo umido del sud fino alle temperature più temperate del nord. Ma il problema non è solo il clima: la vera difficoltà risiede nel fatto che il calcio non è lo sport nazionale negli Stati Uniti. Molti degli impianti ospitanti sono nati per la NFL, hanno dimensioni diverse e, in alcuni casi, sono coperture permanenti che impediscono all’erba naturale di ricevere la luce solare necessaria per sopravvivere.

Il risultato è che la FIFA ha preteso standard elevatissimi: i migliori giocatori del mondo, abituati a solcare prati naturali fin da bambini, devono avere il massimo controllo e comfort. Per questo, in stadi che non hanno mai visto un filo d’erba naturale, Rogers ha dovuto letteralmente inventare soluzioni d’avanguardia. In alcuni impianti si è dovuto ricorrere alla chirurgia strutturale, arrivando persino a rimuovere file di posti a sedere per ampliare il campo alle dimensioni regolamentari del calcio.

La ricerca, iniziata nel 2020, ha portato alla selezione di diverse specie di erba, combinate per resistere alle specifiche sfide di ogni località. Per i climi freddi è stato scelto un mix di Poa pratensis e Lolium perenne, mentre nelle zone calde si è puntato sull’erba Bermuda. Ma la vera ingegneria si vede negli stadi coperti come Houston, Dallas o Atlanta: qui, dove il sole non arriva, l’erba viene trattata come una creatura viva in terapia intensiva, curata con sistemi di irrigazione hi-tech e lampade artificiali che simulano la luce solare, in una sorta di coreografia scientifica di “uccelli” metallici che vegliano sulla crescita del manto. Un caso emblematico è quello del Colorado. Joe Wilkins III, proprietario della Green Valley Turf Co., ha coltivato migliaia di metri quadrati di manto erboso su speciali strati di plastica, ideati per permettere il trasporto delle zolle in camion refrigerati, affrontando viaggi di migliaia di chilometri. Una volta posato, il campo viene rinforzato con fibre di plastica cucite direttamente nella sabbia e nell’erba: una tecnologia che garantisce stabilità e un colore verde impeccabile anche sotto le luci della diretta televisiva in alta definizione. Per Rogers, questo lavoro è un cerchio che si chiude. Già nel 1994, al Pontiac Silverdome, fu lui il pioniere nell’installazione di un campo in erba naturale al coperto, una vera sfida ingegneristica per l’epoca. Oggi, dopo oltre trent’anni, l’attenzione al dettaglio è ancora più maniacale, anche perché l’occhio delle telecamere non perdona nulla. Rogers ammette candidamente di non essere un grande appassionato di calcio: la sua passione è la scienza del terreno, la fisica del rimbalzo, la biomeccanica del tappeto erboso. “Mi piace guardare i tifosi e farò il tifo come tutti gli altri”, confessa, ma la sua promessa rimane quella di sempre: “Prima guarderò il campo”. Perché, per lui, il vero spettacolo non è solo nel gioco, ma in tutto ciò che permette al gioco di esistere.


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