
di Mara Invernizzi
L’invecchiamento dei lavoratori non è più soltanto un tema demografico, ma una vera e propria ipoteca sul futuro economico del Paese. È quanto emerge con forza dalla recente analisi di Unioncamere e del Centro studi Tagliacarne, presentata durante la Conferenza nazionale delle Camere di commercio a Paestum. Il quadro che si delinea è quello di un sistema produttivo in affanno, dove la scarsità di giovani talenti si traduce in un freno evidente alla competitività, alla capacità di innovazione e, soprattutto, alla transizione digitale e sostenibile delle imprese. I numeri raccontano una realtà inequivocabile: le aziende capaci di attrarre e trattenere talenti under 35 registrano un incremento della produttività del 7,2%. Più in generale, le imprese che puntano sulle nuove generazioni corrono a una velocità superiore, segnando una crescita di fatturato e occupazione maggiore di 1,5 punti percentuali rispetto alla media. A pesare, tuttavia, è il declino costante della componente giovane nella forza lavoro: negli ultimi vent’anni, la quota di occupati under 35 è crollata dal 35% a meno del 25%, mentre i lavoratori over 50 sono raddoppiati, arrivando a coprire circa il 40% del totale. Questo squilibrio ha effetti diretti sulla capacità di rinnovamento del tessuto industriale. Secondo le rilevazioni Istat, la propensione a fare innovazione di processo tende a crescere fino ai 36 anni di età, mentre quella di prodotto raggiunge il suo apice intorno ai 42 anni, per poi registrare una flessione. Di conseguenza, il 60% delle imprese italiane ha già superato la soglia anagrafica critica, oltre la quale la spinta propulsiva all’innovazione tende a diminuire. Nonostante le imprese provino a correre ai ripari – destinando annualmente agli under 30 circa il 28% dei contratti previsti – la domanda sbatte contro un muro di carenza di offerta. Quasi la metà di queste posizioni risulta difficile da coprire, principalmente per la totale assenza di candidati. Una criticità che, secondo gli scenari del sistema informativo Excelsior, è destinata ad aggravarsi nel prossimo triennio: tra il 2026 e il 2029 l’Italia rischia un deficit di oltre 13mila laureati Stem l’anno, con particolare carenza di ingegneri, economisti e medici. In questo scenario, il fenomeno della “fuga di cervelli” assume i contorni di una vera e propria emergenza nazionale. Nell’ultimo decennio, il numero di giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno lasciato l’Italia è quasi raddoppiato, arrivando a toccare quota 70mila annui. Il valore del capitale umano perso tra il 2011 e il 2024 è stato stimato dal Cnel in 159,5 miliardi di euro, pari al 7,5% del Pil. Oggi, il tasso di emigrazione giovanile italiano è di 8 persone ogni mille, più del doppio rispetto a quello della Germania e decisamente superiore a quello della Spagna.
“Le nuove generazioni vivono con minori barriere rispetto al passato e si sentono naturalmente cittadini europei”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Confrontano salari, qualità del lavoro e possibilità di crescita: è un cambiamento culturale profondo che richiede uno sforzo comune per essere governato”.
Proprio da questa consapevolezza arriva un segnale di speranza: le stime di Unioncamere indicano che basterebbe far rientrare in Italia la metà dei giovani emigrati negli ultimi cinque anni per generare un beneficio economico di 12 miliardi di euro, traducibile in mezzo punto di Pil. Una sfida da non perdere.