
di Pat Sinclair
La regione mediorientale è ripiombata nell’incubo di un conflitto su larga scala nella serata di domenica 7 giugno 2026, quando l’Iran ha lanciato una raffica di missili verso Israele, interrompendo bruscamente due mesi di un fragile cessate il fuoco. Le sirene d’allarme antiaereo hanno squarciato il silenzio in diverse aree del nord e del centro del Paese, segnando il primo attacco diretto di Teheran contro lo Stato ebraico dall’aprile scorso. Secondo le prime ricostruzioni, circa dieci missili sono stati lanciati in rapida successione contro il nord di Israele intorno alle 22:00, in quella che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha definito una rappresaglia per un precedente attacco israeliano contro il quartier generale di Hezbollah nel sobborgo di Dahiyeh, a Beirut. Sebbene le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano confermato l’intercettazione dei vettori o il loro impatto in aree aperte — senza causare feriti gravi, ad eccezione di una donna di 79 anni rimasta contusa durante la corsa verso un rifugio — la tensione diplomatica è esplosa immediatamente. Il capo di stato maggiore delle IDF, il tenente generale Eyal Zamir, ha dichiarato senza mezzi termini che l’esercito è pronto a colpire con forza, restando tuttavia in attesa del via libera da parte della leadership politica.
In questo scenario critico, l’intervento del presidente statunitense Donald Trump ha giocato un ruolo centrale. In una serie di dichiarazioni rilasciate al canale israeliano Channel 12 e alla stampa americana, il Presidente ha esortato apertamente il primo ministro Benjamin Netanyahu a non reagire. “Spero che Israele non risponda. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni”, ha affermato Trump, minimizzando l’impatto degli attacchi iraniani e definendoli azioni che “non hanno avuto alcun effetto”.
L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca resta il salvataggio dei negoziati per un accordo globale di pace, che Trump descrive come giunti a un punto di svolta. “Siamo molto vicini. Direi che un accordo verrà firmato lunedì, martedì o mercoledì della prossima settimana. E ora accade questo”, ha dichiarato il Presidente, chiarendo la sua ferma volontà di non lasciar naufragare i progressi diplomatici con Teheran. In un tono insolitamente autoritario, Trump ha ribadito al Financial Times la sua posizione di controllo sulla strategia di gestione del conflitto, affermando: “Sono io che comando tutto. Lui [Netanyahu] non comanda”.
Dal canto suo, il premier israeliano mantiene un profilo più cauto. Dopo aver convocato d’urgenza i vertici della sicurezza, l’ufficio del Primo Ministro non ha fornito dettagli immediati sulla telefonata intercorsa con Trump. Tuttavia, voci provenienti dagli ambienti della sicurezza suggeriscono che Gerusalemme stia valutando di temporeggiare, considerando l’opposizione americana a una rappresaglia immediata. Israele, nel frattempo, ha disposto la chiusura delle scuole e imposto limitazioni agli eventi pubblici, pur mantenendo operativi gli scali aeroportuali, in un segnale che mira a contenere il panico pur restando in stato di massima allerta. La situazione rimane estremamente fluida. Mentre l’Iran ha dichiarato chiuso il suo spazio aereo occidentale in via precauzionale, mossa seguita anche dall’Iraq e dalla Siria, il regime di Teheran ha avvertito che il lancio di domenica è solo un “avvertimento”. La partita diplomatica che si giocherà nelle prossime 48 ore tra Washington, Gerusalemme e Teheran determinerà se questa ultima ondata di violenza rimarrà un episodio isolato o se innescherà l’escalation che il mondo intero teme.