
di Purdey McCann
ASHEVILLE – L’ennesima spaccatura diplomatica tra la Russia e il blocco occidentale è andata in scena a migliaia di chilometri dal fronte, nel bel mezzo del vertice del G20 Finanze in North Carolina, andato in onda tra il 31 agosto e il 1° settembre. È bastata la comparsa in sala del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, per scatenare un vero e proprio terremoto tra i banchi europei. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil e i suoi omologhi hanno calato l’ultimatum: o il delegato del Cremlino sfilava dalla “foto di famiglia”, o l’Europa intera avrebbe boicottato lo scatto. Risultato? Siluanov si è visto costretto a fare un passo indietro. Poco dopo, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha congelato ogni residua speranza di apertura: nessun sollievo economico né revoca delle sanzioni finché la guerra in Ucraina continuerà. L’episodio di Asheville è solo la spia luminosa di un clima da guerra fredda che si sta consumando pericolosamente entro i confini europei. A far traboccare il vaso è stata la svolta investigativa sul grave episodio dell’aeroporto di Lipsia, dove il 4 agosto un drone carico di esplosivo ha puntato un aereo cargo ucraino. Il 1° settembre le autorità di Berlino hanno rotto gli indugi, attribuendo ufficialmente l’azione ai servizi segreti di Mosca. A incastrare la Russia sono state le perizie tecniche sui resti del velivolo: inneschi, cariche ed esplosivi sono risultati identici a quelli già usati dal Cremlino sul fronte ucraino. Immediata la mannaia del governo tedesco: convocato l’ambasciatore russo, ordinata la chiusura del consolato generale di Bonn entro il 18 settembre e stracciato il contratto per la Casa Russa a Berlino.
Berlino ha fatto da apripista
La mossa di Berlino ha innescato una reazione a catena in tutte le capitali occidentali. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, insieme ai vertici dell’Unione Europea, ha blindato la posizione del cancelliere Merz. Da Roma, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno assicurato che la risposta europea alle minacce ibride sarà senza crepe, mentre alla Farnesina si lavora già al tredicesimo pacchetto di aiuti militari per Kiev. In parallelo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto per le rime alla portavoce russa Maria Zakharova — che aveva liquidato come “ridicola” la nomina dell’ex ministro ucraino Fedorov a consulente italiano — ricordando che l’Italia decide la propria politica di sicurezza a Roma e non a Mosca. E mentre la diplomazia affila le armi, la cronaca sul campo ha reso nota un’autentica notte di terrore. Tra il 31 agosto e il 1° settembre, un’ondata coordinata di missili balistici e droni a reazione si è abbattuta su Kiev e sul resto del Paese. Il bilancio è drammatico: dodici morti, tra cui sei dipendenti delle ferrovie spazzati via dal bombardamento di un deposito della capitale. Le bombe russe hanno colpito duramente anche le infrastrutture energetiche e perfino il valico di frontiera di Orlivka, al confine con la Romania. Una situazione ormai fuori controllo che ha spinto il presidente Volodymyr Zelensky a lanciare un avviso ultimativo alle compagnie aeree: “Volare sopra la Russia non è più sicuro per nessuno”.