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MORTE PRESLEY GERBER: IL DRAMMA NASCOSTO DIETRO LA VITA “PERFETTA”


In questi giorni mi ero imposta di scrivere un editoriale con maggiore frequenza, per commentare fatti, ma anche condividere con voi alcune suggestioni, ma come al solito siamo stati immersi di notizie e segnalazioni che per una redazione ancora snella come la nostra significa passare quasi 24 ore al giorno a vagliarle tutte. Quindi il tempo da dedicare al resto è stato pari a zero. Oggi che si siamo lasciati alle spalle grandi incontri, un possibile attentato e un accordo rimasto nell’etere visto che al momento il presidente Usa sembra non volere accettare il piano di pace proposto dall’Iran (anche se tra poche ore potrebbe cambiare idea), mi voglio soffermare su un solo fatto, la morte di Presley Gerber, il primogenito della famiglia Gerber-Crawford. Il ragazzo è stato cremato, le ceneri sono tornate a casa tra le braccia dei genitori e sulle cause del decesso si mantiene ancora il riserbo. Certo può sembrare strano o incomprensibile che un ragazzo così giovane, con un’esistenza all’apparenza perfetta — bellezza, ricchezza, notorietà —, potesse nascondere una fragilità tanto profonda. Ma la verità è che ci sono malattie dell’anima e dipendenze capaci di trascinarti nel baratro in modo lento e inesorabile. Non è una questione di forza di carattere: accade, e basta. La sofferenza non guarda il conto in banca né le copertine dei giornali. E il vero paradosso è che spesso chi dovrebbe lanciare una fune per tirarti fuori da quel fosso non ci riesce, perché fatica a canalizzare la propria empatia nel modo giusto. Non mi riferisco ai familiari, il cui amore non è quasi mai in discussione, ma a quel sistema medico che, pur vantando professionalità d’eccellenza sul piano clinico, talvolta fallisce nel conquistare la fiducia del paziente e nel vincerne le paure. Compilare una ricetta impeccabile non basta. Chi delega interamente la salvezza di una persona alla sola chimica commette un errore profondo: rischia di far sentire chi soffre ancora più solo, inerte e disarmato di fronte al proprio male. Non sono lo Xanax o la terapia sperimentale di turno a compiere il miracolo, ma la capacità di costruire una presa in carico umana, empatica e integrata. Perché se poi a questo si aggiunge un peso invisibile e devastante: il senso di colpa, i pesi raddoppiano. Perché non riuscire a stare meglio si trasforma, per chi soffre, in un’ulteriore condanna verso i propri cari, che si vedono impotenti nell’incapacità di strappare anche solo un piccolo sorriso. E chi sta male lo sa e si sente in colpa anche per questo. Presley non ce l’ha fatta. E per un genitore, sopravvivere alla scomparsa di un figlio è un dolore contro natura, un’esperienza che travalica il limite umano. Di fronte a tragedie simili, l’unica risposta possibile non è il giudizio, ma il silenzio del rispetto e l’impegno a ricordarci una verità fondamentale: nessuna corazza di successo o privilegio rende immuni dal buio. Imparare a tendere la mano con vera empatia, prima che sia troppo tardi, è la responsabilità più grande che abbiamo gli uni verso gli altri.

Patrizia Vassallo, direttore di WHAT-U


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