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Alle 13 di ieri erano 5351 le domande presentate direttamente dai cittadini e 37.046 quelle presentate presso i patronati per andare in pensione con la nuova riforma.

Numeri, che giorno dopo giorno, risultano sempre più in crescita e che dovrebbero sfoltire il mondo del lavoro di una bella fetta di persone che hanno deciso di cogliere la palla al balzo per dire addio al mondo del lavoro.

Continua a scendere il numero dei pensionati

Secondo Istat, nel 2017 i pensionati presenti nel Casellario centrale dei pensionati erano circa 16 milioni e percepivano in media 17.886 euro lordi, vale a dire circa 895 euro a testa, ossia 306 euro in più rispetto all’anno precedente (17.580 euro).

Tra il 2016 e il 2017 il numero di pensionati è sceso di quasi 23mila unità: i nuovi pensionati, ossia quelli che hanno iniziato a percepire una pensione tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2017, sono meno numerosi dei pensionati cessati, quelli cioè che nello stesso periodo hanno smesso di percepire trattamenti pensionistici (654mila contro 676mila).

I redditi dei nuovi pensionati sono mediamente inferiori a quelli dei cessati (15.688 euro contro 16.930 euro) e a quelli dei pensionati sopravviventi (17.980 euro), che nel 2016 e 2017 potrebbero avere cumulato ulteriori pensioni (spesso di reversibilità) rispetto a quella con cui sono entrati nello stato di pensionamento.

Il numero dei pensionati scende per tutte le tipologie pensionistiche, ad eccezione delle pensioni sociali e di invalidità civile. È ovviamente più marcato tra le pensioni di guerra (-7,3%), di invalidità previdenziale (-3,6%) e tra le indennitarie (-2,2%).

In termini assoluti, le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di invalidità previdenziale (-44mila) i beneficiari di pensioni indennitarie (-16mila) e i pensionati di guerra (-13mila).

Sono invece in aumento i pensionati sociali (+15mila circa) e quelli d’invalidità civile (+65mila).

Nel 2017 la componente femminile è pari al 52,5% mentre gli ultra sessantaquattrenni sono il 79%. Le differenze di genere per età evidenziano una maggiore anzianità delle donne: le pensionate ultraottantenni sono tre su dieci (31,6% contro 21,1% degli uomini) e le ultranovantenni il 6,9% (2,8% gli uomini).

In netto calo i pensionati che continuano a lavorare

I ritirati dal lavoro che nel 2017 percepiscono una pensione e allo stesso tempo si dichiarano nella condizione professionale di occupato continuano a diminuire risultando pari a 411mila (-20,3% sul 2011), uomini in tre casi su quattro.

Circa l’85% svolge un lavoro autonomo, oltre due terzi risiedono nelle regioni settentrionali e un terzo lavora a tempo parziale.

Il 52,8% ha al massimo la licenza media (sono circa il 75% tra i pensionati nel loro complesso) mentre uno su quattro è in possesso di un diploma. Il segmento dei laureati, circa un quinto del totale, ha subito solo una lieve flessione tra il 2011 e il 2017 perché il calo maggiore è avvenuto fra i meno istruiti.

Dal punto di vista anagrafico, circa il 75% ha almeno 65 anni nel 2017 (53,7% nel 2011) e il 38,7% è over 70 (25,0% nel 2011). Tra il 2011 e il 2017 si sono invece più che dimezzati i 60-64enni. L’età media di questo gruppo arriva quindi a 68 anni e mezzo (66 nel 2011), con livelli più alti per gli uomini (circa 69 anni contro i 67 anni e mezzo delle donne).

Tra i pensionati ancora occupati, il 64,4% lavora nel settore dei servizi, di questi circa un terzo è impiegato nel commercio.

Il confronto con il collettivo degli occupati mostra differenze significative. I pensionati che lavorano lo fanno più spesso in agricoltura, con un’incidenza quattro volte superiore rispetto al totale degli occupati. Il loro peso relativo è di circa una volta e mezzo nel commercio ma risultano sovra rappresentati anche nelle attività professionali e nei servizi alle imprese. Nel settore istruzione e sanità, al contrario, l’incidenza è meno della metà rispetto al totale degli occupati.

Oltre il 40% dei pensionati che lavorano svolge una professione qualificata, quota più alta rispetto al totale degli occupati, così come per le professioni operaie (31,8% contro 22,6%).

Considerando solo l’occupazione indipendente, che riguarda l’85,1% dei lavoratori beneficiari di una pensione da lavoro, nel 2017 il 57,8% è formato da lavoratori autonomi (in calo ininterrotto dal 2013), il 23,8% da liberi professionisti, in lieve diminuzione rispetto al 2016, come i coadiuvanti nell’azienda familiare che scendono al 7,3%, mentre il 6,9% è formato da imprenditori, una quota in aumento negli ultimi anni. Tra l’esiguo gruppo dei dipendenti, invece, oltre la metà è operaio e il 31,6% impiegato.

Solo un quarto dei pensionati è diplomato

L’elevata incidenza di pensionati ultra sessantaquattrenni spiega il divario di istruzione rispetto al resto della popolazione: nel 2016 quasi la metà dei pensionati non ha un titolo di studio o possiede al massimo la licenza elementare e appena un quarto è diplomato.

Se il pensionato possiede un titolo di studio pari alla laurea, il suo reddito lordo pensionistico (circa 2.730 euro mensili) è più che doppio di quello delle persone senza titolo di studio o con al più la licenza elementare (1.210 euro), confermando il divario evidenziato lo scorso anno.

Si ampliano le differenze territoriali per gli importi delle pensioni

Nel 2017 è stabile la distribuzione dei pensionati tra le diverse aree geografiche: quasi la metà (46,9%) risiede nelle regioni del Nord, il 19,5% al Centro, il 31,1% nel Mezzogiorno e il 2,5% all’estero. I redditi pensionistici più elevati vengono percepiti dai pensionati del Centro (in media 19.388 euro all’anno), di poco superiori a quelli del Nord (19.263 euro); i più bassi si rilevano invece nel Mezzogiorno (15.966) e soprattutto all’estero (4.209) dove non possono essere erogate pensioni assistenziali (il che comporta una minore presenza di percettori che cumulano due o più pensioni) e si registra una più elevata incidenza di pensioni ai superstiti (incidono per circa il 34,0% contro il 20,6% in Italia) che hanno importi medi molto più bassi delle pensioni di vecchiaia.

I differenziali tra gli importi del Mezzogiorno e delle altre ripartizioni si sono nettamente ampliati tra il 1983 (primo anno per cui è disponibile il dato) e il 2017, soprattutto nel confronto con il Nord-est e il Centro, dove sono più che raddoppiati.

Ancora molto ampi, ma in lenta riduzione i differenziali di genere

Gli uomini percepiscono il 55,4% delle pensioni di vecchiaia, quelle direttamente legate al pregresso contributivo di chi ne beneficia; l’importo annuale di tali prestazioni è in media superiore di quasi 8mila euro a quello ricevuto dalle pensionate.

Gli uomini rappresentano anche la maggioranza (73,5%) dei percettori delle pensioni indennitarie, in quanto più spesso occupati in settori ad alto rischio professionale (ad esempio, costruzioni, agricoltura, silvicoltura e pesca, trasporto e magazzinaggio e simili). Gli importi mediamente percepiti sono tuttavia inferiori a quelli delle donne, che in molti casi sono percettrici indirette (a causa della morte del coniuge).

Lo stesso accade per le pensioni ai superstiti, che nell’86,5% dei casi sono erogate a donne, anche in virtù della loro maggiore speranza di vita: gli importi medi sono più alti rispetto a quelli degli uomini (9.341 euro contro 5.980), essendo l’importo del trattamento legato al pregresso contributivo del coniuge defunto.

Anche le pensioni assistenziali sono in maggioranza erogate a donne (59,3%) che, più spesso degli uomini, non hanno un costante e regolare percorso lavorativo e contributivo: percepiscono infatti il 58,2% delle pensioni di invalidità civile, il 62,9% delle sociali e il 64,1% di quelle di guerra (su questo dato influisce ancora una volta l’elevato peso delle pensioni indirette). Per tali trattamenti non si registrano significative differenze di genere negli importi medi, in gran parte definiti da norme di legge (con l’eccezione delle pensioni di guerra, con un importo medio di 10.830 euro tra gli uomini e di 5.087 tra le donne).

La marcata incidenza femminile tra i percettori di pensioni a superstiti influenza in misura significativa il valore del tasso di copertura, calcolato come rapporto tra pensionati in età compresa tra i 65 e i 79 anni e popolazione residente nella stessa classe di età.

Tra le donne, il 18% delle anziane non riceve alcuna forma di pensione (tra gli uomini solo il 3%). Escludendo i percettori di sole pensioni ai superstiti, per le donne il tasso di copertura scende al 72,9%, con un gap di genere che sale quasi a 24 punti percentuali. In altri termini, in assenza di trattamenti pensionistici indiretti, circa una donna su quattro di 65-79 anni rimarrebbe priva di copertura pensionistica previdenziale e, in presenza dei requisiti reddituali previsti dalla normativa vigente, subentrerebbe una copertura pensionistica assistenziale (pensioni sociali). Come visto, la maggior quota delle pensioni di vecchiaia spetta agli uomini, che beneficiano di importi medi per i quali si registrano più elevate differenze di genere (+60% a favore degli uomini nel 2017).

Il divario di genere sugli importi, seppur molto elevato, si è ridotto dal 64,6% del 2005 al 58,0% del 2017 per il totale delle prestazioni pensionistiche, e dal 72,6% al 60,0% per quelle di vecchiaia, grazie al progressivo pensionamento di coorti di donne con carriere lavorative più lunghe e regolari.

Più integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali alle donne e nel Mezzogiorno.

La normativa pensionistica vigente prevede due forme di ausilio volte a incrementare gli importi dei trattamenti più bassi: le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali. Come in passato, per entrambe si registra una maggiore incidenza di beneficiari di sesso femminile.

Pensionate che ricevono integrazioni al minimo sono 2,5 milioni, l’82,1% del totale dei destinatari di tali integrazioni. Anche la distribuzione dei beneficiari di maggiorazioni sociali è fortemente sbilanciata a favore delle donne: sono 613mila, il 74,5% di coloro che beneficiano di questi trasferimenti.

Il gap occupazionale tra uomini e donne è anche alla base delle differenze territoriali. Le pensioni di vecchiaia sono maggiormente diffuse tra i residenti del Nord mentre nel Mezzogiorno sono decisamente più elevate le quote di percettori di trattamenti assistenziali o di invalidità ordinarie. Le pensioni di vecchiaia rappresentano il 59,1% delle pensioni erogate al Nord, il 50,3% di quelle del Centro e solo il 40,0% di quelle di Sud e Isole.

Per le pensioni di invalidità, sia ordinarie che civili, l’incidenza nel Mezzogiorno è invece circa il doppio di quella rilevata al Nord: 7,6% contro 3,6% per le pensioni di invalidità ordinaria; 21,3% contro 11,1% per quelle di invalidità civile.

Per le pensioni sociali, introdotte nel 1969 per garantire agli over 64 un reddito pensionistico minimo anche in assenza di pregresso contributivo o di specifiche patologie, l’incidenza al Sud e nelle Isole (6,9%) è più che tripla rispetto al Nord (2%).

Gli importi delle pensioni Ivs (Invalidità, vecchiaia e superstiti), direttamente legati al pregresso contributivo, sono mediamente più elevati per i pensionati del Centro e più bassi per quelli di Sud e Isole (Figura 11). In particolare, per le pensioni di vecchiaia e di invalidità ordinaria gli importi medi erogati al Centro sono i più alti del Paese e superano di circa 1.500 euro quelli erogati nel Mezzogiorno (18.413 contro 16.953 euro per le pensioni di vecchiaia, 12.879 contro 11.182 euro per quelle di invalidità).

I pensionati di vecchiaia meno frequentemente cumulano altri tipi di redditi pensionistici: nel 2017 l’87,6% del loro reddito pensionistico è rappresentato dalle sole pensioni di vecchiaia mentre solamente il 28,2% cumula alla pensione di vecchiaia almeno un’altra pensione, in grandissima parte rappresentata da pensioni ai superstiti.

Il cumulo con trattamenti pensionistici di altra tipologia è invece frequente tra i pensionati superstiti, che li percepiscono in circa due casi su tre (67,4%), con un peso pari al 46,8% del loro reddito pensionistico (Figura 13). Un caso peculiare è quello dei pensionati di guerra, per i quali le altre tipologie pensionistiche, percepite nell’86,6% dei casi, rappresentano ben il 69,2% del reddito pensionistico.

Aliquota fiscale media sui redditi pensionistici stabile al 18,9%

Per ampliare la prospettiva delle informazioni statistiche sui pensionati, contestualizzandoli nel loro ambito familiare e valutando gli effetti redistributivi del carico fiscale, si è fatto ricorso all’analisi dei redditi del 2016, ultimo anno per il quale è possibile collegare i dati del Casellario pensionistico con quelli dell’indagine Eu-Silc[1].

Al reddito pensionistico lordo, che nel 2016 ammonta a 18.182 euro (17.915 euro nel 2015) si associa un reddito pensionistico netto di 14.567 euro[2],  in crescita dell’1,8% rispetto al 2015. Per il complesso dei pensionati si stima che l’aliquota media fiscale sui trasferimenti pensionistici[3] erogati nel 2016 sia pari al 18,9%, in linea con il livello di tassazione dell’anno precedente (Figura 14).

Nel caso delle pensioni maturate da pregressa attività lavorativa, la tassazione media si attesta al 21,8% (pressoché stabile rispetto al 2015). Per i beneficiari di redditi pensionistici da anzianità, vecchiaia o anticipate superiori ai 40mila euro annui lordi (3.330 euro mensili) il carico fiscale è del 34,0% (stabile rispetto al 2015) mentre tra i titolari di importi inferiori ai 15mila euro, 1.250 euro lordi mensili, le ritenute fiscali sono pari al 10,4% (-1,0% rispetto all’anno precedente). Infine, sono circa 1 milione e 330mila i pensionati da lavoro incapienti (13,0% del totale), cioè con redditi individuali sotto la soglia di tassazione (-70mila rispetto all’anno precedente).

Nel 2016 il prelievo fiscale sui redditi pensionistici di reversibilità incide per il 17,1% (-0,9% rispetto al 2015). L’aliquota è molto inferiore a quella osservata sulle pensioni da lavoro in quanto gli importi pensionistici sono mediamente più bassi. Del tutto marginale (sotto il 4,0%) è la quota di pensioni di reversibilità con importi lordi mensili sopra i 2.080 euro, mentre quasi l’82,0% riceve importi complessivi (lordi) inferiori a 1.250 euro al mese (Figura 15). Si stima, inoltre, che in Italia i pensionati di reversibilità incapienti siano poco più di 530mila (il 13,0% circa dei beneficiari).

L’imposta media sui redditi da pensione d’invalidità o indennitarie (previdenziali) si attesta al 13,2%, in lieve aumento rispetto all’anno precedente (+0,3%). La quasi totalità dei percettori di questi trattamenti (92,8%) riceve importi inferiori ai 25mila euro (poco più di 2.080 euro mensili), mentre sono circa 450mila coloro che si trovano in condizione d’incapienza (meno di un pensionato su tre).

Nel 2016 si stima che i pensionati residenti in Italia abbiano redditi totali netti pensionistici (derivanti quindi anche dal cumulo di più trattamenti in capo a uno stesso beneficiario) pari in media a 14.567 euro (1.215 euro mensili), con livelli diversi in base alla tipologia di trattamento: i pensionati da lavoro percepiscono in media 14.593 euro all’anno (1.220 euro al mese); i titolari di trattamenti di reversibilità ricevono mediamente 8.364 euro (700 euro mensili); i pensionati di invalidità e indennitarie dispongono di 8.371 euro (700 euro al mese) e i titolari di pensioni assistenziali beneficiano di 5.582 euro (465 euro al mese).

Tra le pensionate il livello di reddito netto pensionistico (1.040 euro mensili) è pari a circa tre quarti di quello maschile, con marcate differenze rispetto alla tipologia di prestazione: l’ammontare delle pensioni nette da lavoro raggiunge appena il 60,5% di quello stimato tra gli uomini. Per i trattamenti di reversibilità, al contrario, l’importo medio delle pensioni nette percepite dalle donne supera del 76% quello degli uomini.

I residenti nel Mezzogiorno percepiscono il 15,2% in meno dell’importo netto mediamente percepito al Nord e il 18,3% in meno rispetto al Centro (gap in forte crescita rispetto al 2015), differenziale che dipende soprattutto dai trattamenti di vecchiaia e anzianità.

Il reddito disponibile dei pensionati si compone di diverse voci, il cui peso relativo varia a seconda del sesso, dell’età e dell’area geografica di residenza

I trattamenti pensionistici di vecchiaia e anzianità rappresentano la principale fonte di entrata dei pensionati (in media il 53,4% del reddito netto complessivo); seguono i redditi da lavoro e i trattamenti di reversibilità, con percentuali che oscillano dal 13,2% al 12,4%. Più ridotto è il contributo delle pensioni assistenziali, di quelle di invalidità ordinaria/indennitarie e delle altre fonti di reddito (quali affitti e rendite finanziarie). Infine, i trattamenti di fine rapporto (Tfr) forniscono solo il 2,2% delle risorse.

L’apporto reddituale delle pensioni di reversibilità è decisamente elevato fra le donne (26,0% contro 1,8% degli uomini) così come quello delle pensioni assistenziali (10,1% contro 5,3%). Gli uomini dispongono in misura maggiore di trattamenti di vecchiaia/anzianità e di redditi da lavoro, che si attestano rispettivamente al 63,8% (40,0% delle donne) e al 14,7% (contro l’11,3%).

I pensionati fino a 59 anni d’età percepiscono soprattutto redditi da lavoro (46,9%) e, in minor misura, pensioni assistenziali (16,4%) o di vecchiaia/anticipate (8,1%). Per questo collettivo, il Tfr costituisce una fonte di reddito importante (5,8%). Anche le pensioni di invalidità e indennitarie sono una fonte di entrata significativa tra i pensionati con meno di 60 anni (7,1%), poiché competono prevalentemente a chi è ancora in età lavorativa. Le pensioni assistenziali assumono rilevanza sia tra coloro che non hanno ancora raggiunto l’età pensionabile sia tra chi supera gli ottanta anni d’età. Inoltre, dopo i 60 anni il peso delle pensioni di reversibilità aumenta al crescere dell’età del titolare, soprattutto per le donne, in conseguenza del sopravvenuto stato di vedovanza.

Il reddito da lavoro rappresenta un’entrata economica importante per chi è ancora relativamente giovane e quindi in grado di continuare a lavorare mentre perde consistenza con il passare dell’età. Per le pensioni da lavoro il peso relativo cresce sino ai 70-74 anni, per poi calare nelle classi di età più avanzate.

I pensionati del Mezzogiorno cumulano meno spesso redditi da attività lavorativa rispetto a quelli che vivono nel resto del Paese: appena l’11,4% contro il 13,9% del Centro e del Nord.

I trattamenti di vecchiaia e anzianità rappresentano circa la metà (47,7%) delle entrate dei pensionati del Sud e delle Isole; l’apporto è maggiore tra i ritirati del Nord e del Centro (rispettivamente 56,8% e 52,8%). Le pensioni di invalidità e assistenziali pesano molto di più nel Mezzogiorno (rispettivamente 7,4% e 12,6%, valori decisamente superiori rispetto al Centro e ancor più nei confronti del Nord).

Oltre un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli

Più di un terzo dei pensionati vive in coppia senza figli (35,5%) e il 27,0% abita solo (Prospetto 8). Più contenuta è la percentuale di pensionati che vivono in coppia con figli (19,0%), in altra tipologia (9,6%), cioè in famiglie con membri isolati o composte da più nuclei, oppure in famiglie di genitori soli (8,8%).

I pensionati del Nord vivono più spesso da soli (28,6%) o in coppia senza figli (39,6%), i pensionati del Mezzogiorno vivono più frequentemente in coppia con figli (25,0%), quelli del Centro appartengono di più a famiglie di altra tipologia (11,3%).

I titolari di pensioni di vecchiaia e anzianità prevalgono nelle famiglie di coppie senza figli (45,7%), i percettori di pensioni di reversibilità più spesso abitano soli (60,2%) o con i figli in qualità di unico genitore (22,1%), essendo rappresentati nella stragrande maggioranza dei casi da donne vedove. Nel 2016 si stima che in Italia quasi una famiglia su due sia costituita o accolga almeno un pensionato (oltre 12 milioni di nuclei); in particolare, nel 34,1% delle famiglie vi è un titolare di pensione e nel 12,9% due e più.

Per queste famiglie i trasferimenti sociali erogati ai pensionati[4] (da qui denominati semplicemente trasferimenti pensionistici) rappresentano, in media, il 62,5% del reddito familiare netto disponibile (al netto dei fitti imputati); la quota restante è costituta per il 30,1% da redditi da lavoro e per il 7,4% da altri redditi (prevalentemente affitti e rendite finanziarie). Nella composizione dei trasferimenti pensionistici, quelli di anzianità e vecchiaia (incluse le liquidazioni di fine rapporto per quiescenza) contribuiscono per il 42,7% del totale dei redditi, i trattamenti di reversibilità per il 10,4% e le restanti pensioni per il 7,3%.

Per oltre 7 milioni e 400mila famiglie con pensionati (61,2%) i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile; nel 22,7% dei casi le prestazioni ai pensionati sono l’unica fonte monetaria di reddito (meno di 2,8 milioni di famiglie).

Se in famiglia vi sono solo pensionati, sale all’85,8% la percentuale di famiglie in cui i trasferimenti pensionistici costituiscono almeno i tre quarti delle risorse. Per oltre 3 milioni e 100mila famiglie (26,0%) i trasferimenti pensionistici rappresentano meno della metà delle entrate familiari.

Rischio povertà più basso tra le famiglie con pensionati

Nel 2016, la stima del reddito netto (esclusi i fitti figurativi) delle famiglie con pensionati è di 30.140 euro (2.510 euro mensili), circa 850 in meno di quello delle famiglie senza pensionati, (2.585 euro mensili). La metà delle famiglie con pensionati non supera la soglia dei 24.380 euro (2.030 euro mensili), valore che scende a 21.074 euro nel Mezzogiorno e si attesta a 26.400 euro nel Centro e a 26.000 euro nel Nord

Sebbene il reddito medio e mediano delle famiglie con pensionati sia più basso rispetto alle famiglie in cui non sono presenti, il rischio di povertà delle prime (16,4%) è circa 8 punti percentuali minore di quello delle seconde. I trasferimenti pensionistici attenuano, dunque, il rischio di disagio economico e assicurano un’importante rete di protezione sociale.

La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili”, quali i genitori soli o le famiglie in altra tipologia, consente di dimezzare il rischio di povertà (da 33,4% a 16,1% e da 32,8% a 16,6%). Il cumulo di pensioni e redditi da attività lavorativa abbassa il rischio di povertà al 3,8% rispetto al 18,4% di quelle costitute da soli titolari di pensioni.

Anche l’apporto economico dei componenti non pensionati, in particolare degli occupati, produce un calo del rischio di povertà, che è pari al 9,8% rispetto al 18,4% delle famiglie di soli pensionati che non cumulano redditi da lavoro.

Tra le famiglie con pensionati, le meno esposte al rischio di disagio economico sono quelle in cui è presente un pensionato che cumula redditi da lavoro con o senza altri componenti occupati (con rischio di povertà rispettivamente a 3,8% e 4,3%), mentre le più vulnerabili sono costituite da pensionati senza altri redditi da lavoro che vivono con familiari non occupati (35,5%).

Le famiglie di pensionati del Sud e delle Isole presentano un rischio di povertà quasi triplo di quello delle famiglie residenti al Nord e circa doppio di quelle del Centro.


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