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di Federica Paglia

Congiuntura e ruolo degli investimenti nella ripresa, la competitività dei settori produttivi, innovazione e nuove tecnologie, occupazione, le prime valutazioni sul piano nazionale “Impresa 4.0”.  Per saperne di più ed entrare nel dettaglio del “Rapporto sulla Competitività dei settori produttivi”, il sesto realizzato e pubblicato sul suo sito da  Istat, WHAT-U. com ha intervistato Roberto Monducci, Capo Dipartimento ISTAT della Produzione Statistica.

Che cosa ha determinato la fase di inizio della ripresa in Italia e nelle principali economie europee, con particolare riferimento alla dinamica degli investimenti e dell’input di lavoro?

«Nell’ultimo biennio, la ripresa ha beneficiato di una dinamica più sostenuta degli investimenti fissi lordi, dopo il sostanziale ristagno del 2014-2015. Tuttavia, il ritmo di accumulazione del capitale non appare ancora in grado di colmare il divario creatosi durante la crisi nei confronti dei principali paesi europei. Rispetto a questi ultimi, inoltre, la forte contrazione registrata negli anni della doppia recessione ha determinato un ridimensionamento del ruolo degli investimenti come driver della ripresa. In particolare, il nostro Paese risulta penalizzato dal peso relativo della componente dei beni immateriali (ricerca e sviluppo, software ecc.), meno rilevante rispetto a Francia e Germania, a fronte di una dinamica (e di un contributo al Pil) della componente in macchinari sostanzialmente simile a quella delle altre grandi economie dell’Uem. Sono proprio gli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, tuttavia, a rappresentare da un lato la componente più reattiva al ciclo economico, dall’altro un elemento imprescindibile per il processo di digitalizzazione di un sistema produttivo che presenta ritardi rilevanti sotto diversi aspetti, dall’uso del web alla velocità di connessione a Internet, fino all’utilizzo di tecnologie a supporto del trattamento e condivisione dei dati di business. La ripresa ciclica ha comportato anche un aumento dell’occupazione, cresciuta dal 2014 a un tasso medio annuo dell’1 per cento. I segnali di ripresa dell’occupazione trovano riscontro in tutti i principali paesi della Uem, pur evidenziandosi importanti differenze sia nei tempi sia nell’intensità della dinamica in corso. Per quanto riguarda l’Italia, il mercato del lavoro ha iniziato ad aggiustarsi con qualche trimestre di ritardo rispetto all’insorgere della prima fase recessiva, grazie soprattutto al ricorso a diverse forme di riduzione delle ore lavorate (quali la riduzione degli straordinari, l’utilizzo della Cassa integrazione guadagni, l’impiego dei contratti part-time). Con l’esaurimento dei margini di utilizzo delle forme di flessibilità oraria e l’emergere della nuova fase recessiva, l’input di lavoro nel totale dell’economia italiana si è ridotto sostanzialmente: tra il primo trimestre del 2008 e l’ultimo del 2013 (quando l’occupazione totale stimata dai conti nazionali ha raggiunto il punto di minimo) l’occupazione si è contratta di oltre 1,1 milioni di persone. A partire dal 2014, però, sono emersi i primi segnali di recupero, consolidati nel 2015 ed intensificati nell’ultimo biennio».

Quali secondo gli imprenditori i settori produttivi in crescita e in prospettiva in maggiore crescita, quali quelli in sofferenza e cosa dire sulle aspettative 2017-2018? 

«La tendenza verso un progressivo diffondersi della ripresa tra i settori manifatturieri è testimoniata dal fatto che quasi la metà delle imprese ha dichiarato di aver registrato un aumento del volume di affari nel 2017, più del 40 per cento ha incrementato la dotazione di capitale fisico, mentre la percentuale di quelle che hanno aumentato la dotazione di capitale immateriale è stata più contenuta. Le vendite sono cresciute soprattutto nei settori dei metalli, nella raffinazione, negli autoveicoli. Flessioni si rilevano invece nell’abbigliamento, nella stampa, negli altri mezzi di trasporto. Con riferimento ai piani di investimento per il 2018, quasi il 46 per cento delle imprese dichiara di prevedere investimenti in software, quasi un terzo (il 31,9 per cento) in tecnologie di comunicazione machine-to-machine o internet of things, il 27 per cento in connessione ad alta velocità (cloud, mobile, big data ecc.) e in sicurezza informatica, in misura direttamente proporzionale alla dimensione d’impresa . In tale contesto risalta una attenzione alle competenze del personale impiegato: un quarto delle imprese manifatturiere prevede di reclutare risorse dotate di conoscenze coerenti con un avanzamento tecnologico, mentre il 38 per cento intende investire nella formazione della forza lavoro per adeguarne le competenze all’utilizzo delle nuove tecnologie. In termini settoriali, infine, l’orientamento all’adeguamento tecnologico e alla formazione del personale appaiono più diffusi nei comparti manifatturieri a più elevata intensità tecnologica, quali l’elettronica e gli altri mezzi di trasporto».

Dotazione di capitale fisico e umano, propensione all’innovazione e alla digitalizzazione. Questi sono gli altri aspetti salienti di questa ricerca.

«Un tema interessante trattato nel Rapporto è quello degli effetti di alcune importanti caratteristiche e strategie delle imprese (dotazione di capitale fisico e umano, innovazione, digitalizzazione, produttività) sulla loro crescita occupazionale. Il più importante fattore di spinta sull’occupazione complessiva è la presenza di un elevato livello di capitale umano; al secondo posto come impatto si trova un’elevata propensione innovativa dell’impresa, al terzo un elevato livello di produttività/efficienza, al quarto un alto livello di digitalizzazione, al quinto l’introduzione di innovazioni organizzative o di marketing. L’effetto specifico di una elevata dotazione di capitale fisico è negativo, a testimonianza della presenza di effetti di risparmio di lavoro».

Si parla anche di piano nazionale impresa 4.0. Quali i passi fatti finora, in positivo e negativo, e le prospettive?

«Secondo il giudizio degli imprenditori, il super ammortamento ha svolto un ruolo “molto” o “abbastanza” rilevante nella decisione di investire nel 2017 per il 62,1 per cento delle imprese manifatturiere; l’Iper ammortamento per il 47,6 per cento (53,0 nelle medie imprese, 57,6 delle grandi); il credito d’imposta per spese in R&S è stato ritenuto rilevante dal 40,8 per cento delle imprese. Il favore per il super ammortamento è diffuso tra i settori: in tutti i comparti (tranne abbigliamento e altri mezzi di trasporto) lo ritiene rilevante almeno una impresa su due; l’iper ammortamento ha fornito un impulso relativamente maggiore nei settori degli apparecchi elettrici (il 58,9 per cento delle unità), gomma e plastica (57,7 per cento), metallurgia (55,8 per cento), elettronica e macchinari (53,6 per cento in entrambi i casi); il credito di Imposta per R&S è stato considerato rilevante soprattutto nei settori degli autoveicoli (69,8 per cento) e degli altri mezzi di trasporto (60,0 per cento). Un elemento di debolezza sembra riconducibile ai problemi di efficace utilizzo da parte delle imprese delle opportunità offerte dal Piano per quanto riguarda la trasformazione digitale dell’impresa, che richiede un’elevata consapevolezza sull’utilità di una compiuta strategia digitale aziendale e la capacità di utilizzare in modo adeguato i nuovi strumenti».


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