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Un governo a due teste in Venezuela. Domani scatta il termine delle 72 ore che Maduro ha dato ai diplomatici americani per lasciare il Paese. Maduro chiede ai seguaci di mantenere la calma e avere nervi di acciao, perché lui di mollare non ne ha proprio intenzione anzi dice che il suo obiettivo è restare in carica fino al 2025. Dalla sua parte, un alleato fortissimo, Putin. Guaidó invece, che gode del sostegno degli Stati Uniti, ora è alla ricerca di consensi dall’Unione europea. Primo a farsi avanti José Manuel Albares, segretario generale per gli Affari Internazional dell’Ue, che raramente si espone soprattutto in casi come questo in cui la diplomazia è d’obbligo. «Complimenti per il coraggio», ha detto rivolgendosi al presidente autoproclamato Guaidó, «però», ci tiene a precisare «l’Eu non prende posizioni su quello che sta accadendo in Venezuela».

Tuttavia, il fatto che Albares abbia dimostrato solidarietà a
Guaidó, presidente ad interim del Venezuela e non a Maduro, lascia intravedere e intendere che in realtà il riconoscimento dell’UE c’è. Con una longa manus del Presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez Pérez-Castejón uno dei primi a telefonare a Guaidó.


Pedro Sánchez Pérez-Castejón,
premier del governo spagnolo

A breve previsto un incontro tra Guaidó e i tre leader iberoamericani ossia i presidenti della Colombia, Iván Duque; Ecuador, Lenin Moreno e Costa Rica, Carlos Alvarado, che già riconoscono Guaidó come presidente del Venezuela. 

Federica Mogherini, responsabile per gli affari esteri della UE, ha fatto un appello per elezioni democratiche.

Washington ha chiesto un incontro al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per affrontare la crisi nel paese sudamericano.


Le organizzazioni islamiche palestinesi e libanesi hanno espresso il loro sostegno al presidente venezuelano attraverso due comunicati in cui rifiutano la posizione degli Stati Uniti nella crisi.


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