VATTANI TORNA IN LIBRERIA CON "AL TAYAR" - WHAT-U

di Jamie Stewart

Si chiama “Al Tayar”, il nuovo romanzo
(edito da Mondadori) di Mario Vattani, di professione diplomatico con una grande passione per la scrittura, che poi è diventata il suo secondo lavoro. Dopo il successo del suo noir giapponese “Doromizu” e di “Acqua torbida” (Mondadori, 2016), Vattani ha ambientato il suo nuovo libro nella capitale di un Egitto caotico e affascinante che conosce bene perché vi ha vissuto a lungo da console. Protagonista di “Al Tayar” è Alex Merisi, venticinque anni e un lavoro da fotografo ormai abbandonato. Il giovane è sedotto dal fascino di una metropoli in preda agli spasmi di un regime morente e vi intravede l’occasione per conquistarsi una seconda vita, anche se significa lasciarsi trascinare nel mondo terrificante del traffico di organi. Per farsi raccontare qualcosa in più What-u è andato a intervistarlo.

Dopo il successo del suo noir giapponese “Doromizu”, “Acqua torbida” (Mondadori, 2016), un altro noir ambientato nella capitale di un Egitto caotico e affascinante che conosce bene perché vi ha vissuto a lungo da console. Qual è stata l’ispirazione per scrivere questo secondo noir?

«Sono arrivato al Cairo nel 1998, ero Console e avevo una trentina d’anni. L’Egitto è stata la mia prima sede all’estero come capo di un ufficio diplomatico. Ci sono rimasto fino al 2001, è stata una esperienza che mi ha profondamente trasformato. Ho viaggiato l’Egitto in lungo in largo, anche in zone difficili. In qualche modo con questo romanzo ho voluto rivivere quell’esperienza, anche se attraverso la narrazione di una storia molto diversa dalla mia».

Quale parte del libro è stata più impegnativa da scrivere?

«Dovevo riuscire a rendere affascinante e seducente un’ambientazione che allo stesso tempo racconta un contesto criminale, a volte terribile. La sfida era riuscire a rendere reale e piacevole questo contrasto tra la bellezza e l’orrore».

Quando è nato il suo amore per la scrittura?

«Come diplomatico, il mio lavoro consiste nell’utilizzare la scrittura come strumento per fare resoconti credibili e verificati. Nella forma del romanzo cerco trasformare questa esigenza di essere preciso e credibile in uno stile il più possibile immediato, cinematografico. Voglio dare al lettore l’impressione di vivere una situazione reale, di “vederla” e ricordarla con gli occhi, piuttosto che con la memoria. E’ un esercizio che mi appassiona».

Come mai ha scelto il genere noir?

«È quello in cui è possibile portare i personaggi in situazioni estreme. In fondo, anche nella vita, le situazioni di pericolo sono quelle in cui si vede la vera essenza delle persone e, se c’è, il loro valore».

Che cosa determina il successo di un libro?

«Si dice spesso che aumentano i libri pubblicati, ma diminuiscono i lettori. Non so se sia vero. In ogni modo credo che il mezzo più forte di promozione di un libro sia la fiducia nell’opinione di chi lo ha letto davvero. Se un libro piace lo si vuole dire agli amici ai conoscenti, lo si vuole raccontare sui social network. La passione di ogni lettore vale molto di più della promozione commerciale. Certo, poter pubblicare con un editore prestigioso come Mondadori è per me motivo di grande orgoglio».

Quanto è stato propedeutico alla scrittura il suo lavoro da console?

«Rispetto al lavoro in Ambasciata, dove si tratta specialmente di rapporti tra governi e istituzioni, il lavoro consolare è molto più “umano”, perché si ha a che fare con le persone, con le loro difficoltà, con le loro aspirazioni. L’esperienza consolare in Egitto, dove oltretutto è ancora presente una comunità italiana storica, con mille meravigliose storie da raccontare, è stata per me estremamente formativa».

Il più bel complimento ricevuto?

«Amo molto sentire nei lettori la nostalgia di un mondo che hanno vissuto attraverso le mie pagine, come se fosse parte della loro memoria personale, come se avessero visto e abitato quei luoghi, e conosciuto quelle persone. C’è chi anche mi ha confessato di essersi innamorato di qualche mio personaggio».

La critica che l’ha fatta riflettere…

«A volte mi dicono che prediligo l’ambientazione all’azione, ma per me è una questione di ritmo. Preferisco che il lettore inizi davvero ad “abitare” il luogo che racconto, che ne conosca le regole. Non mi piace raccontare storie incredibili e situazioni inverosimili».

Il luogo dove di prassi preferisce dedicarsi alla scrittura?

«Di solito scrivo a casa, dopo il lavoro».

Quale momento della giornata la ispira maggiormente?

«Scrivo prevalentemente di notte. A volte con tirate di molte ore. Ma di regola cerco di lavorare al testo ogni giorno, anche se per pochi minuti».

Una seconda vita ancora da console e poi scrittore oppure da scrittore e basta?

«In fondo ormai il mio lavoro fa talmente parte della mia vita che sarebbe difficile immaginarlo come staccato dalla scrittura. Diciamo che proseguono insieme».

Mai dire mai a cosa?

«Bisogna sempre inventarsi qualcosa di nuovo, mai fermarsi. Per ora sto imparando a suonare il banjo».


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