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«Sono l’unico uomo al mondo che si chiama come un bar, non viceversa», diceva di sé fino a poco tempo fa scherzosamente Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar di Venezia, lo storico locale a due passi da piazza San Marco, ma oggi è proprio arrabbiato e dice: “Lunedì non riapro, con quelle linee guida è impossibile. Sono condizioni demenziali scritte da gente senza idee e se resteranno così, non si riapre né lunedì né mai più”. Una notizia che va oltre il racconto di una semplice cronaca locale, perché l’Harry’s Bar fu fondato 89 anni fa da suo padre e non venne chiuso tranne una parentesi nel ’43 e dall’inizio di marzo per l’emergenza sanitaria Covid-19. “Allora fu requisito dai repubblichini. Adesso sta per essere chiuso dalle menti sublimi dell’Inail”, tuona il gestore che contesta gran parte delle linee guida previste per la riapertura dei locali dal 18 maggio. D’altra parte Cipriani, classe 1932, non è mai stato quel tipo di persona che le manda a dire. Chi non ricorda, anche per sola lettura sulle cronache, dell’episodio di cui fu protagonista Orson Welles se ne andò dal suo locale senza pagare la consumazione, una bottiglia di “Dom Perignon ghiacciato e dodici sandwich ai gamberetti, e lui lo inseguì fino alla stazione per farsi pagare il conto. Ma l’erede del leggendario dell’Harry’s bar, lato ovest di piazza San Marco a Venezia, dichiarato nel 2001 patrimonio nazionale dal Ministero dei Beni Culturali, questa volta pare proprio deciso a lasciare chiusa la saracinesca. L’insegna fondata nel 1931 da Cipriani padre, all’anagrafe Giuseppe, inventore del Bellini e del carpaccio, negli anni ha sempre vissuto di fasti grazie anche alle frequentazioni eccellenti che hanno garantito a questo locale una media di 200 milioni di fatturato l’anno. Degli ospiti illustri Cipriani ne ha parlato nel suo libro ‘Prigioniero in una stanza‘ (è il titolo di un volume edito per i tipi di Feltrinelli) raccontando col suo lessico talvolta un po’ al vetriolo, aneddoti e segreti dei clienti dell’Harry’s. A partire da Vittorio Gassman, esplosivo e depresso, a Onassis, che rompeva i piatti, a Eugenio Montale, che mangiava con le mani, a Ernest Hemingway che all’Harry’s, nell’inverno tra il 1949 e il 1950, ha avuto un tavolo riservato dove ha scritto gli ultimi capitoli del suo romanzo ‘Di là dal fiume e tra gli alberi‘, nel quale l’Harry’s bar è stato citato diverse volte.


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