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Con 156 voti favorevoli e 119 contrari, l’Assemblea ha rinnovato la fiducia al Governo approvando definitivamente il decreto liquidità (ddl n. 1829, conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, recante misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali). Nella discussione sulla questione di fiducia, posta ieri, sono intervenuti i sen. Gelsomina Vono (IV-PSI), Fiammetta Modena (FI), Zaffini (FdI), De Bonis (Misto), Stefano (PD), Pichetto Fratin (FI), Erica Rivolta (L-SP), Pepe (M5S).

Nelle dichiarazioni di voto, hanno annunciato la fiducia i sen. Steger (Aut), che ha chiesto al Governo un coraggioso rilancio della domanda interna attraverso la riduzione dell’IVA, Marino (IV-PSI), che ha sollecitato il pieno utilizzo di tutti i fondi europei (Mes, Bei, Sure) e un piano per le infrastrutture; Laforgia (Misto-LeU), che ha criticato il neokeynesismo confindustriale, auspicando il massimo di universalità per le misure destinate alle persone e massime condizionalità per le misure destinate alle imprese; D’Alfonso (PD) e Fenu (M5S). Pur lamentando la mancanza di una lettura sostanziale in Senato, i sen. di maggioranza hanno posto l’accento sui miglioramenti introdotti alla Camera: l’introduzione della norma sull’autocertificazione, l’esclusione della responsabilità delle imprese che rispettano i protocolli di sicurezza, l’estensione e l’allungamento dei finanziamenti (a dieci anni e a trenta per le imprese di maggiore fatturato), l’impegno richiesto alle imprese a non delocalizzare, l’ampliamento al terzo settore, la rivalutazione gratuita dei beni d’impresa per il settore turistico, il congelamento dei mutui per l’artigianato.

Hanno negato la fiducia i sen. De Bertoldi (FdI), Ferro (FI) e Bagnai (L-SP), il quale ha criticato la retorica della pacatezza e della collaborazione, chiesta ma di fatto impedita, ricordando che il conflitto è l’anima della democrazia e il parlamento il luogo della mediazione. I senatori di opposizione hanno ricordato che gli annunci mediatici, a fronte dei drammatici dati dell’economia, producono frustrazione nella popolazione. La promessa iniziale del premier di 400 miliardi di crediti avrebbe richiesto garanzie statali per 40 miliardi. In realtà, il Governo ha stanziato poco più di un miliardo, producendo una leva del credito di appena 25 miliardi: 5 miliardi legati all’approvazione di 250.000 domande delle PMI (sulle 500.000 presentate), 5 miliardi per le 12.000 posizioni definite (su 47.000 richieste) delle imprese più grandi; tra 10 e 15 miliardi vale l’intervento di SACE per le imprese di maggiori dimensioni.

Sebbene alla Camera siano stati approvati due emendamenti delle opposizioni, che hanno elevato la garanzia da 25.000 a 30.000 euro e portato l’ammortamento da sei a dieci anni, resta il fatto che l’annunciata liquidità si traduce in prestiti anziché in contributi a fondo perduto alle imprese. Il Governo ha sottovalutato la crucialità del fattore tempo e ha commesso due errori: non ha collocato titoli di Stato in condizioni favorevoli per disporre di maggiore liquidità, si è affidato a ipotetici fondi europei, non immediatamente disponibili, precostituendo una base giuridica al commissariamento del Paese


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