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Lo rivela Istat, tra i dottori prevale la componente femminile (53,3% nel 2012 e 52,6% nel 2014) soprattutto fra coloro che hanno conseguito il titolo negli atenei del Sud (dove supera il 55%).

La presenza femminile è variabile fra le diverse aree disciplinari: risulta minima nell’area dell’Ingegneria industriale e dell’informazione (26,5%) e minoritaria nelle Scienze matematiche e informatiche (28,7%) e nelle Scienze fisiche (31,8%); supera invece il 65% nell’area delle Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche.

I dottori di ricerca del 2014 sono l’1,1 per mille degli individui della classe di età 25-34. Questo dato, che sintetizza la capacità di un paese di fornire ai potenziali futuri lavoratori le competenze necessarie per esercitare attività di ricerca di alta qualificazione, mette in luce che la situazione dell’Italia è leggermente arretrata rispetto alla media dei paesi Ue (pari a 1,3 per mille), peggiore della Francia (1,2 per mille) ma migliore della Spagna (1 per mille). Danimarca e Germania sono i Paesi con il flusso annuale più cospicuo (2,3 per mille).

I LAUREATI DOPO I 40 ANNI

Il decennio 2004-2014 ha visto crescere di 5,7 punti la quota di coloro che conseguono il titolo a un’età superiore ai 40 anni (sono il 10,3% nel 2014 e il 9,3% nel 2012 mentre erano il 4,6% nel 2004). Di conseguenza è aumentata l’età media al dottorato (tra il 2012 e il 2014 pari a 33 anni).

Chi intraprende il dottorato ha alle spalle un percorso di studi universitari terminato con votazioni elevate (il 71,2% ha ottenuto un voto di laurea pari a 110 o 110 e lode) e più del 42% proviene da un contesto familiare in cui almeno un genitore è laureato (questa percentuale supera il 60% nel caso dei dottori nelle Scienze giuridiche).

La quota di stranieri che sceglie un ateneo italiano per gli studi dottorali è andata progressivamente crescendo dal 2,2% registrato nel 2004 al 10,1% nel 2014. Il continente da cui proviene la maggior parte dei dottori di ricerca stranieri è quello asiatico (43,9%).

 PIU’ DOTTORANDI ALL’ESTERO

La formazione all’estero durante gli anni del dottorato rappresenta un elemento importante e riconosciuto anche all’interno del Programma nazionale delle ricerche 2015-2020 per rafforzare l’integrazione della ricerca nel contesto internazionale anche attraverso i dottorati internazionali.

Il 44,6% dei dottori del 2014 ha sperimentato periodi di studio fuori dall’Italia, quota in decisa crescita rispetto al 27,9%  registrato nel 2004.

La formazione all’estero durante gli studi dottorali è più diffusa tra i dottori dell’area delle Scienze di base, in particolare delle Scienze chimiche (59,2%) e delle Scienze matematiche e informatiche (56,3%) mentre è più contenuta per i dottori delle Scienze mediche (24,9) e delle Scienze giuridiche (37,5).

IN CRESCITA IL NUMERO DI TESI SCRITTE IN LINGUA STRANIERA 

Il numero di tesi di dottorato scritte in una lingua diversa dall’italiano è in progressiva crescita: dal 39,2% per i dottori del 2012 (38,4% in inglese) al 48,3% per i dottori del 2014, a testimonianza di un crescente percorso di internazionalizzazione. I Paesi più attrattivi per i dottori del 2014 che hanno svolto parte degli studi dottorali all’estero sono Stati Uniti (18,2%), Regno Unito (15,5%), Francia (13,5%) e Germania (11,1%). L’esperienza di studio all’estero è giudicata in modo estremamente positivo dal 78,8% dei dottori coinvolti di entrambe le coorti; tale percentuale supera l’83% nel caso dei dottori delle Scienze fisiche e delle Scienze mediche. Sull’esperienza complessiva del dottorato la soddisfazione invece è più contenuta: il 38,3% dei dottori del 2014 dichiara che, se dovesse scegliere oggi, non rifarebbe o sarebbe incerto se rifare il dottorato; la quota degli insoddisfatti è in netta crescita rispetto a quanto rilevato per i dottori del 2004, che solo nel 24,3% dei casi non avrebbero ripetuto l’esperienza. Tra i vari aspetti della valutazione del corso di dottorato quello relativo all’offerta didattica, sia in termini di qualità ma soprattutto in termini di quantità, riscuote i minori apprezzamenti da parte dei dottori di entrambe le coorti (risulta pienamente soddisfatto il 29,5% dei dottori 2012 e il 28,1% dei dottori 2014), mentre la competenza del corpo docente soddisfa più della metà dei dottori. La maggior parte dei dottori (69,3% della corte 2012 e 67,3% del 2014) ha svolto attività didattica o di supporto alla didattica durante gli anni del dottorato con differenze sostanziali per area disciplinare: supera l’85% nel caso dei dottori delle Scienze giuridiche mentre si attesta al 54,6% per i dottori delle Scienze fisiche.

ALTI I LIVELLI DI OCCUPAZIONE DEI DOTTORI DI RICERCA

Nel 2018, a sei anni dal conseguimento del titolo, lavora il 93,8% dei dottori mentre il 4,6% è in cerca di occupazione. La condizione occupazionale varia in base all’ambito disciplinare. I dottori dell’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione presentano i tassi di occupazione più elevati (nel 2018 lavora il 98,3% di coloro che hanno iniziato gli studi nel 2012 e il 96,3% di quelli che hanno cominciato gli studi nel 2014); più contenuti quelli riferiti ai dottori delle Scienze politiche e sociali (nel 2018 lavora il 90,7% di coloro che hanno iniziato gli studi nel 2012 e l’87,8% di quelli che hanno cominciato gli studi 2014).

DOTTORI PIU’ OCCUPATI A NORD-OVEST

A livello geografico si conferma la situazione più favorevole dei dottori che vivono nel Nord-ovest (il 95,9% dei dottori 2012 lavora dopo sei anni e il 96% di quelli del 2014 lavora dopo quattro anni). Le quote di occupazione in questa ripartizione geografica sono superiori anche a quelle dei dottori che vivono all’estero (94,8% per la coorte 2012 e 95,1% per quella del 2014); meno favorevole, sebbene con tassi comunque molto alti, è invece la condizione dei dottori che vivono nel Mezzogiorno (il tasso di occupazione è pari all’ 88,8% per i dottori 2012 che vivono nelle Isole e 90,4% per quelli che vivono al Sud; le stesse percentuali per la coorte 2014 sono rispettivamente 89,7% e 89,9%).Come nel passato la situazione occupazionale è lievemente peggiore per le donne, che presentano un tasso di occupazione, sia a sei che a quattro anni, inferiore rispetto a quello degli uomini (il tasso di occupazione a sei anni è 95,4% per gli uomini e 92,3% per le donne; quello a quattro anni è 95,5% per gli uomini e 92,2% per le donne).

 IN CALO I LAVORI A TERMINE

A sei anni dal titolo, il 65,6% dei dottori è occupato in un lavoro dipendente, a tempo determinato, che passa dal 17,2% al 20,5%. Si riduce tuttavia la quota complessiva dei lavori a termine rispetto a quanto rilevato in passato. L’occupazione in lavori a termine è molto più diffusa tra le donne (46,6% delle occupate della coorte 2012) soprattutto in virtù della maggiore incidenza del lavoro dipendente a termine (22,2%) e del lavoro di prestazione d’opera e di collaborazione coordinata e continuativa (9,1%).

A 6 ANNI DAL DOTTORATO CIRCA UNO SU QUATTRO  circa uno su quattro lavora all’università

A sei anni dal dottorato il 24,1% dei dottori del 2012 che lavorano è impiegato nel settore dell’istruzione universitaria (51,1% con un lavoro dipendente e 36,6% finanziato da assegni di ricerca), il 17,3% nel settore della pubblica amministrazione e sanità e il 17% in quello dell’istruzione e formazione non universitaria. I maggiori divari di genere si registrano nell’ambito del settore dell’istruzione e formazione  non universitaria, dove trova impiego il 21,2% delle donne della coorte 2012 e il 12,3% degli uomini della stessa coorte. Il settore dell’istruzione universitaria ha una maggiore rappresentanza maschile, pari al 51,8% degli occupati in quel settore. Il confronto con i settori di impiego dei dottori degli anni precedenti mostra un leggero aumento degli occupati nel settore dell’istruzione universitaria, dopo la drastica riduzione registrata tra il 2004 e il 2008. La quota di occupati è in decisa crescita nel settore dell’istruzione non universitaria e in quello della ricerca svolta negli Istituti pubblici e privati. I settori dell’agricoltura e dell’industria rappresentano invece uno sbocco professionale per una quota ridotta di dottori di ricerca,  in calo rispetto al dato rilevato nella precedente indagine. Nel 2018, a sei anni dal titolo, il 69,8% degli occupati dichiara di svolgere attività di ricerca e sviluppo , valore in calo rispetto a quanto riferito dai dottori del 2008 (73,4%). Le donne sono coinvolte in misura minore in questo tipo di attività (65,6% contro il 74,4% degli uomini). Come nelle attese, i settori in cui prevale la possibilità di svolgere questo tipo di attività sono quelli della ricerca presso gli Istituti pubblici e privati e dell’istruzione universitaria (con percentuali superiori al 94%); contenuta è invece la stessa quota nell’ambito del settore dell’agricoltura e dell’industria (65%).

I dottori della coorte del 2012 danno un punteggio medio pari a 7,1 (su un massimo di 10) alla soddisfazione complessiva per l’attività lavorativa La possibilità di arricchimento professionale offerta dal lavoro registra il livello di soddisfazione più basso (5,8) mentre i livelli di soddisfazione più elevati sono espressi rispetto al grado di autonomia (7,9) e alle mansioni svolte (7,7).

Su quest’ultimo aspetto i più soddisfatti risultano i dottori con un lavoro autonomo (punteggio pari a 8) e i borsisti (7,9); lo sono meno, anche se con un lieve scarto, i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (7,6). Il lavoro svolto dai borsisti risulta soddisfacente rispetto all’utilizzo delle conoscenze acquisite durante il dottorato (7,8) mentre è deludente riguardo le prospettive di stabilità e sicurezza (3,3) e di arricchimento professionale (4,5).

A sei anni dal conseguimento del titolo, il 10,2% dei dottori del 2012 lavora come professore o ricercatore presso l’Università (il 40% presso lo stesso ateneo in cui ha conseguito il titolo). A tale quota si aggiunge il 4% di occupati come ricercatori presso gli enti pubblici di ricerca e il 78,7% di occupati che svolgono una professione dirigenziale o di elevata specializzazione. La quota residuale (7,2%) svolge prevalentemente un lavoro d’ufficio o una professione tecnica.

Gli sbocchi lavorativi nelle posizioni della ricerca universitaria sono più elevati per gli uomini (13,4 contro 7,2%) e per coloro che hanno conseguito un dottorato nell’area delle Scienze economiche e statistiche (20,7%) e delle Scienze matematiche e informatiche (19,7%). Per chi vive all’estero la quota di coloro che lavorano come professori o ricercatori presso l’Università raggiunge il 25,9%.

 

Redditi variabili per area disciplinare e luogo di domicilio

A sei anni dal titolo i dottori percepiscono un reddito netto mediano mensile di 1.789 euro (1.750 euro quello riportato dai dottori del 2008). I redditi sono più alti per il lavoro dipendente (1.896 euro), seguono il lavoro autonomo (1.679 euro), l’attività finanziata da borsa di studio o assegno di ricerca (1.580) e, infine, il lavoro di prestazione d’opera o di collaborazione coordinata e continuativa (1.300 euro).

Le maggiori divergenze si riscontrano rispetto alla ripartizione geografica di domicilio (Prospetto 1). I dottori che vivono e lavorano all’estero percepiscono un reddito superiore di quasi 1.000 euro rispetto a quanti vivono nel Centro-nord, i quali comunque percepiscono retribuzioni superiori di circa 200 euro rispetto a chi vive al Sud e nelle Isole.

Anche fra le aree disciplinari si riscontra una variabilità nei redditi da lavoro, che oscillano fra un minimo di 1.517 euro per i dottori delle Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche e un massimo di 2.400 euro per i dottori dell’area delle Scienze mediche. Le donne hanno un reddito da lavoro inferiore a quello degli uomini di 370 euro, anche per una maggiore propensione a regimi orari ridotti (lavora part-time il 14,3% delle donne contro il 5,7% degli uomini).

QUALE DOTTORATO E’ UTILE PER L’ACCESSO AL LAVORO ?

Il 37,4% dei dottori del 2012 che hanno iniziato l’attività dopo il dottorato dichiara che il titolo era espressamente richiesto per accedere all’attività lavorativa osservata nel 2018. Se a tale valore si aggiungono quanti ritengono che il titolo sia stato utile all’accesso, sebbene non esplicitamente richiesto, si supera il 79%. Il valore attribuito al dottorato per l’accesso alla professione è variabile fra le aree disciplinari: è massimo fra i dottori delle Scienze fisiche, che riferiscono sia stato espressamente richiesto e utile nel 61,1% dei casi, mentre è decisamente più contenuto fra i dottori delle Scienze giuridiche (29,7% lo ritengono requisito necessario e utile).

Spostando l’attenzione sul valore attribuito al titolo dai dottori di ricerca che lavoravano già prima di conseguirlo, il bilancio non è del tutto positivo dal momento che sono limitate le quote di chi dichiara che il dottorato di ricerca abbia prodotto un miglioramento della posizione lavorativa (15,2%), oppure un miglioramento del reddito da lavoro (23,1%).

Risulta complessivamente stabile rispetto al passato il coinvolgimento dei dottori in progetti di ricerca (in termini di partecipazione o gestione) con percentuali pari al 68%. La maggior parte dei dottori partecipa a progetti in collaborazione con le Università (58%) o con Enti pubblici di ricerca (32%) mentre è ancora relativamente contenuta la cooperazione con le imprese (circa 23%).

INDICE DI TRATTENIMENTO (SECONDO LA LEGENDA INDICATA DALLA SCALA A DESTRA) E QUOTA DI DOTTORI CHE VIVONO ALL’ESTERO (VALORI NUMERICI ALL’INTERNO DELLE REGIONI). Anno 2018

…ANDARE  E ARRIVARE DALL’ESTERO

I dottori delle regioni di confine del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige mostrano le propensioni più elevate agli spostamenti verso l’estero: quote superiori al 20% per i dottori originari del Friuli Venezia Giulia e pari al 18,8% per quelli del Trentino- Alto Adige. Queste regioni sono interessate anche da un elevato flusso in entrata di stranieri che scelgono l’Italia per gli studi dottorali: un dottore su tre del Trentino-Alto Adige viveva all’estero prima dell’iscrizione all’università; per il Friuli Venezia Giulia la percentuale è pari al 13%. La mobilità internazionale è più bassa per i dottori originari della Basilicata (7,6%), Puglia (9,1%), Calabria (9,3%) e Sicilia (9,6%). Trentino-Alto Adige, Emilia Romagna, Lombardia e Lazio presentano la maggiore capacità di attrarre dottori che prima dell’università vivevano in regioni diverse: più del 50% dei dottori che nel 2018 si trovano nel Trentino-Alto Adige viveva altrove prima dell’università, principalmente nella vicina regione del Veneto e all’estero; la stessa quota è pari al 44% per l’Emilia Romagna mentre percentuali superiori al 33 % si osservano per Lombardia e Lazio.

INDICE DI ATTRATTIVITÀ (SECONDO LA LEGENDA INDICATA DALLA SCALA A DESTRA) E SALDO REGIONALE (VALORI NUMERICI ALL’INTERNO DELLE REGIONI). Anno 2018

L’attrattività di queste regioni, unitamente alla capacità di trattenere i propri dottori, si traduce in un bilancio positivo, tra il momento che precede l’iscrizione all’università e il momento dell’intervista; viceversa la scarsa attrattività delle regioni del Sud porta a un bilancio decisamente negativo per Basilicata e Calabria, che perdono più del 50% dei dottori.

Esaminando la propensione allo spostamento in relazione a caratteristiche socio-demografiche e di curriculum dei dottori, emerge che gli uomini hanno una maggiore propensione ad andare all’estero rispetto alle donne (15,1% contro 10,2%). Si sposta di più, sia all’estero che fra le ripartizioni italiane, chi ha conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione, in cui almeno uno dei due genitori ha conseguito un titolo universitario.

 Indice di attrattività e saldo regionale Anno 2018

Migrano all’estero con più frequenza i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche (31,9%) e delle Scienze matematiche e informatiche. Mentre la maggiore propensione alla mobilità tra ripartizioni geografiche si riscontra tra i dottori in Scienze giuridiche.

Il Belgio risulta la prima destinazione per i dottori dell’area delle Scienze giuridiche, la Germania per i dottori dell’area delle Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche e la Francia per i dottori delle Scienze fisiche.

Le motivazioni che hanno portato i dottori a lasciare l’Italia sono legate principalmente alla possibilità di trovare un lavoro, sia esso generico (90,9%) o più qualificato (88,2%) o meglio retribuito (86,2%).

Vanno a vivere all’estero con più frequenza i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche (31,9%) e delle Scienze matematiche e informatiche. Mentre la maggiore propensione alla mobilità tra ripartizioni geografiche si riscontra tra i dottori in Scienze giuridiche.

I requisiti necessari posti dal Miur affinché un dottorato sia internazionale sono i seguenti: Dottorati svolti in collaborazione con Università o enti stranieri, oppure partecipazione con esito positivo a bandi internazionali oppure collegio di dottorato composto da almeno il 25% di docenti appartenenti a prestigiose università o centri di ricerca stranieri, presenza di curricula in collaborazione con enti/università straniere periodo medio all’estero dei dottori per almeno 12 mesi oppure presenza di almeno 1/3 di iscritti al corso di dottorato con titolo di accesso acquisito all’estero.

 


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