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Colpevole. Dopo 3 mesi di processo, martedì 12 febbraio, è stata scritta la parola fine, e per sempre, sulla libertà di El Chapo. Dalle 13.15 di martedì, con la lettura del verdetto, la parentesi è stata chiusa. L’onnipotente capo del cartello di Sinaloa è tornato in prigione, nella decima ala del Metropolitan Correctional Center di Manhattan. Un colosso marrone situato nella zona sud della città, tra Wall Street e il quartiere esclusivo di Tribeca, le cui condizioni di vita sono stati descritti come peggio di Guantanamo da un detenuto del terrorismo che ha vissuto entrambi i penitenziari.

El Chapo, scrive El Pais, occupa una stanza senza finestre nella parte più sicura della prigione, composta da una mezza dozzina di celle, dove la luce artificiale non si spegne mai e ai cui inquilini è vietato uscire. Lascia la cella un’ora al giorno e l’unica concessione è quella di potere andare in una stanza ricreativa chiusa con una cyclette e un tapis roulant. 

Il verdetto della giuria lascia poche altre opzioni rispetto a una condanna a vita. In seguito, il governo deve decidere come evitare eventuali pericoli di fuga visto che El Chapo ha alle spalle due fughe da Guinness dei Primati dai carceri di più alta sicurezza messicana.

É probabile che El Chapo venga trasferito alla Federal ADX carcere di massima sicurezza Florence, Colorado, noto anche come il “Alcatraz delle Montagne Rocciose”, un centro remoto e isolato, vicino a una vecchia città mineraria a sud di Denver, che ospita 400 detenuti, alcuni dei criminali più violenti del paese, in celle di due metri per quattro.

Qui il contatto umano è minimo e l’interazione con le visite avviene attraverso un muro in metacrilato. “I prigionieri possono trascorrere anni senza toccare un altro essere umano”, secondo un rapporto in carcere da Amnesty International. I detenuti mangiano nelle celle dove trascorrono 23 ore della loro vita quotidiana.

El Chapo era un simbolo. E il governo Trump ha trasformato il suo processo in una rivendicazione della guerra alla droga. 


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