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Lo scrittore Mario Vattani

di Patrizia Sinclair

In questo periodo in cui i viaggi non sono più consentiti come prima a causa dello tsunami provocato dal Covid-19, il libro di Mario Vattani ‘Svelare il Giappone’ (Giunti Editore) appena uscito in libreria offre l’opportunità di fare un viaggio ideale nel vero Giappone alimentandone il mito senza sfatarlo. Un viaggio che ha il sapore della della libertà, che Vattani riesce a far fare al lettore con il pensiero attraverso il racconto della straordinaria e misteriosa cultura giapponese. Come gli shōji si aprono e si chiudono creando gli ambienti della casa tradizionale giapponese, così ogni capitolo di questo libro svela, pagina dopo pagina, un mondo di immagini inaspettate.

«Ho vissuto diversi anni in Giappone, e continuo a viverlo quotidianamente sia nel lavoro che nella famiglia, ma stavolta è stata una sfida affrontare un argomento così ampio. Ho scelto quindi di accompagnare i lettori in un viaggio ideale nel vero Giappone guidandolo in un percorso molto simile a quello che ho fatto io stesso, tema per tema, capitolo per capitolo. È un percorso di svelamenti successivi», spiega Vattani, «come quello delle pareti mobili delle case tradizionali giapponesi, i colori, i sapori, la natura, l’acqua, le divinità, le metropoli sconfinate, le fasi della vita, il ritmo dei movimenti, della danza, del teatro, l’arte, l’amore e l’ossessione, la sopportazione e la ribellione. Penso che alla fine svelare il Giappone significhi soprattutto svelare se stessi, scoprire nella propria immaginazione, nei propri sensi, qualcosa che non si conosceva fino al momento del contatto, anche ideale, con il Sol Levante. Perché il Giappone non è un luogo, è un mito». Nato a Parigi nel 1966, Vattani ha studiato in Inghilterra. A ventitré anni ha iniziato la carriera diplomatica lavorando negli Stati Uniti, in Egitto, e soprattutto in Giappone, a Tōkyō, Kyōto e Osaka, dove è stato console generale. Ha pubblicato diversi romanzi: Doromizu. Acqua torbida (Mondadori, 2016), La via del Sol Levante (Idrovolante Edizioni, 2017) Al Tayar, La corrente (Mondadori, 2019). Ha scritto di Giappone e Asia per Il Foglio, Libero e altre testate nazionali insomma un libro sul Giappone era una chicca che non poteva mancare nel suo curriculum-vitae.

Quali racconti inediti offre questo libro?

«Il racconto di un viaggio che dà l’impressione al lettore di vedere questo Paese con i propri occhi. È un viaggio che accompagna il lettore attraverso un racconto che offre spunti di riflessione sulla natura che circonda le città parlando anche di tradizione e divinità».

Da quello che dice si evince un rapporto basato su motivazioni molto più che professionali con questo Paese?

«Nel 2003 ho lavorato all’Ambasciata di Tokio e sono rimasto in Giappone fino al 2008 poi sono tornato in Italia e sono di nuovo ripartito per il Giappone nel 2011 dove ho anche svolto attività di ricercatore per l’università di Tokyo fino al 2014. Poi ho sposato una donna giapponese. Nel tempo libero pratico arti marziali e la scherma giapponese che adoro. Insomma la mia dipendenza con il Giappone è conclamata», ammette sorridendo Vattani. «Quello che desidero chiarire però è che questo non è un libro che raccoglie un racconto di memorie personali. Certo c’è una componente ovviamente personale perché io certe cose le so, le racconto perché le ho viste e vissute in prima persona, ma il mio obiettivo è stato quello di raccontare alcuni aspetti della vita giapponese reale, che in altri Paesi non si conoscono per davvero, se non attraverso stereotipi».

Quale pensiero, esperienza le ha dato lo spunto per scrivere questo libro?

«È stato grazie all’amico scrittore ed editore Antonio Franchini», precisa Vattani, «che ho iniziato a scrivere questo libro. Perché un giorno mi ha detto: “Bene raccontare romanzi ambientati in Giappone, ma perché non racconti proprio il Giappone? Chi meglio di te potrebbe farlo?”. E così ha avuto inizio il mio tomo».

Parlava di un Giappone conosciuto attraverso stereotipi. Quindi qual è il vero Giappone?

«Le relazioni bilaterali tra la Cina, che è civiltà plurimillenaria che ha influenzato tutto l’Estremo Oriente, e l’arcipelago del Giappone, che ne ha ereditato la cultura, hanno una storia segnata da scambi e rivalità continue. Da ricordare è che il Giappone dalla metà del Seicento alla metà dell’Ottocento, durante il cosiddetto periodo del Sakoku (N.d.R. Sakoku è il nome con cui si indica in Giappone la politica di autarchia praticata durante il periodo Edo dallo shogunato Tokugawa, iniziata con un editto dello shōgun Tokugawa Iemitsu nel 1641 e terminata per opera del commodoro statunitense Matthew Perry nel 1853) è stato completamente chiuso ad ogni influenza straniera quindi la cultura, l’arte, il teatro del popolo giapponese si è sviluppato all’interno dei loro confini. in particolar modo i giapponesi hanno sempre manifestato grandi preclusioni verso il Cristianesimo, da loro ritenuto involutivo. Il film ‘Silence’ di Martin Scorsese racconta la storia di missionari affrontando molto bene questa problematica».

Perché a suo avviso la vita è migliore in Giappone?

«Per l’organizzazione della vita, la sicurezza, l’ordine a cui si ispirano per strutturare e fare funzionare il loro Paese, la loro società».

Che tipo di rapporto c’è tra l’uomo e la donna?

«Il ruolo femminile è molto importante. Non è un caso che la dea del Giappone sia una donna, Amaterasu, (letteralmente “Grande dea che splende nei cieli”), la dea del Sole (divinità da cui discendono tutte le cose) nella religione shintoista, è considerata la mitica antenata diretta della famiglia imperiale giapponese. Alle origini, in Giappone ci sono state molte donne imperatrici poi dopo l’Ottocento si è sviluppata una preferenza verso gli uomini alla guida del Paese che ha determinato che il sesso cosiddetto forte avesse un ruolo chiave da quel momento in poi nella linea dinastica».

Sul fronte caratteriale quali le differenze peculiari dei giapponesi?

«I giapponesi manifestano molta teatralità anche nella vita privata. Hanno un modo molto differente per esprimere i loro sentimenti. E poi la loro vita è costellata da numerose regole. Tra l’altro i giapponesi hanno anche una resilienza fuori dal comune. E poi non bisogna dimenticare che sul fronte della colonizzazione in Asia il Giappone ha avuto un ruolo particolare rispetto ad altri Paesi. Per molti anni ha foraggiato i nazionalismi di tutta l’Asia, aiutando gli indiani, gli inglesi, i cinesi. Sono un popolo coraggioso».

Tre motivi per andare in Giappone?

«Sperimentare un viaggio a dire poco insolito che sicuramente può riservare grandi sorprese, scoprire nuovi sapori e la bellezza degli oggetti, il gusto dei contrasti. Per esempio, nella cucina giapponese l’ingrediente e la stagionalità del cibo sono fondamentali. In questo i giapponesi somigliano molto a noi italiani».

Cosa non bisogna mai fare una volta arrivati in Giappone?

«Camminare sul tatami con le scarpe!», conclude sorridendo Vattani.

Viaggiare sicuri

Le Autorità giapponesi, a seguito della diffusione del contagio da COVID-19, hanno ulteriormente rafforzato una serie di misure di contenimento e prevenzione da tempo già in essere, tra le quali il divieto di ingresso per alcune categorie di viaggiatori. In particolare, le autorità giapponesi hanno stabilito che, a tutti i cittadini non giapponesi (inclusi pertanto gli Italiani) che provengano da tutto il territorio italiano o vi siano stati nei 14 giorni precedenti all’arrivo sul territorio giapponese sarà vietato l’ingresso in Giappone, con effetto di immediato respingimento alla frontiera.
Tale misura si applica anche a chi proviene da vari altri Paesi dell’Unione Europea, nonché dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Federazione Russa. Si raccomanda di consultare l’elenco completo nella sezione Situazione Sanitaria di questa Scheda.
Sono considerate quali condizioni di eccezione al divieto di ingresso il possesso di un “Permanent Resident” status o un “Long Term Resident” status, nonché lo status di coniuge di cittadino giapponese o coniuge o figlio di persone con “Permanent Resident” status. Per queste categorie di persone non è previsto il respingimento alla frontiera, ma le autorità di immigrazione prevedono un test “PCR” per verificare che si sia negativi al COVID -19 ed una quarantena di 14 giorni. Le persone con status di “Permanent Resident” che lasciano il Giappone dopo il 2 Aprile non potranno tuttavia rientrare in Giappone fino alla fine del divieto di ingresso. Fonte Viaggiaresicuri.it (Farnesina – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale)


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