IL VALORE DELL’ARTE, SECONDO DUE NOTI GALLERISTI ITALIANI, ANDREA SCHUBERT E ANGELO BOLZANI

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di Patrizia Vassallo

IL VALORE DELL’ARTE, DI UN’OPERA CHE SI PUO’ SOLO GUARDARE, CHE SI VUOLE VENDERE O COMPRARE, DI UN QUADRO TROVATO IN SOFFITTA … DAL PUNTO DI VISTA DI DUE NOTI GALLERISTI ITALIANI ANDREA SCHUBERT E ANGELO BOLZANI

La galleria Bolzani nasce nel 1937, per mano di Guido Bolzani, che poi lascia le redini a Paolo e Benigno Bolzani nel ’74. Una galleria da sempre rimasta nel cuore di Milano, e non solo dal punto di vista logistico, migrata da via Sant’Andrea, a via Montenapoleone e poi da via Matteotti a Galleria Strasburgo, dove si trova tutt’oggi, a pochi passi dal Duomo. Lui Angelo Bolzani, (ph. Monica Silva), ci lavora da oltre quarant’anni ossia quando ancora studente universitario aiutava il padre Paolo e lo zio Benigno e poi dall‘87 con cugino Alberto, fino alla loro separazione artistica che lo ha portato ad occuparsi prettamente di cornici e stampe, continuando comunque a seguire i capolavori della pittura visto che il suo amore per l’arte prescinde da qualsiasi ragione legata al business.La galleria Schubert fu fondata da Alberto Schubert e Adele Lilloni nel 1967, papà e mamma di Andrea Schubert, entrambi legati a doppio filo all’arte per tradizione famigliare, visto che Alberto proveniva da una famiglia di antiquari e Adele era figlia del noto pittore Umberto Lilloni. Schubert inizia a frequentare la galleria, come accadde per i genitori, fin da bambino, poi si laurea in architettura al Politecnico di Milano e dopo la scomparsa del padre nel 1987, prende in mano le redini dell’attività famigliare. Chiusa l’attività espositiva di via Giuseppe Sirtori a Milano, la sua attenzione ora si concentra nella curatela e valorizzazione della figura del nonno materno Umberto Lilloni: un grande successo lo ha avuto con “Art in a Box” Umberto Lilloni “Genesi di un’opera” e nella realizzazione di altre mostre, come quella di Alessandro Di Vicino. Da qualche anno Schubert si occupa anche della valorizzazione di giovani talenti. Ad Angelo Bolzani e ad Andrea Schubert abbiamo chiesto quanto vale il mercato dell’arte oggi, di farci una panoramica e darci anche alcuni consigli nel caso dovessimo acquistare o vendere un quadro. Un’intervista a due un po’ insolita perché fuori dai soliti schemi e canoni, però forse proprio per questo motivo potrebbe dare qualche idea e farci fare qualche riflessione in più.

  1. Un tempo era considerato un bene rifugio per eccellenza lo è ancora?

Angelo Bolzani: Per me un quadro è un bene rifugio per eccellenza e lo sarà sempre, ma non soltanto dal punto di vista economico. Mio padre mi ha insegnato un’etica professionale corretta alla quale non ho mai derogato nemmeno con il passare del tempo.  Potrei dire che sono rimasto fedele alla bellezza, ma soprattutto ai messaggi dell’arte, grazie ai principi che mi sono stati insegnati anche se spesso non sempre andavano di pari passo con il mero guadagno. Quando Martin Lutero, teologo, iniziatore della riforma protestante, si trovò nella condizione di dovere scrivere molto sulla chiesa di Roma, e in particolare sul rapporto tra Dio e l’uomo, arrivato al termine della sua vita, e comprendendo che non avrebbe avuto il tempo necessario per scrivere centinaia e centinaia di pagine commissionò delle xilografie per riassumevano un’infinità di pensieri e parole. Ora invece l’attenzione è basata sempre più spesso sul mero valore dell’opera non sulla sua bellezza. Lo stesso William Hogarth autore del dipinto “La battaglia dei quadri”, lamentava il fatto che i suoi quadri costassero meno rispetto agli altri classici, quali pensando al presente, quelli di Lucio Fontana quotati 2-3 milioni di sterline sul mercato londinese. Un’attenzione speculativa iniziata negli anni Settanta, che artisti come Piero Manzoni e Franco Angeli ne hanno interpretato l’ascesa in modo molto singolare e significativo.

Andrea Schubert: A mia memoria la fine degli anni Sessanta e fino a gli anni Settanta erano caratterizzati da una inflazione a due cifre.  Per molti il detto “cash is trash” era una terribile, per quanto piacevole, verità. La necessità di consolidare il valore del proprio risparmio alimentò ulteriormente il processo inflattivo creando quella che oggi si è soliti definire “una bolla speculativa”, anche nel settore delle arti visive. Da allora credo sia venuta la consuetudine, un po’ deleteria, di considerare l’arte in primo luogo come “asset” d’investimento speculativo e solo secondariamente, se non addirittura marginalmente, come bene culturale. In fase di scarsa inflazione l’attenzione si è distratta dal settore, come da tutti i settori “rifugio” spostandosi sulla più dinamica finanza. La gente non affollava più le vernici, non chiedeva di vedere in anteprima le opere per fare le prime scelte, ma si assembravano davanti alle vetrine delle banche a seguire i monitor con le valutazioni dei titoli azionari (internet non era molto diffuso). Oggi il settore mantiene un appeal sul fronte economico-finanziario, ma per motivi di natura differente.

  1. Un commento sull’andamento del 2017 e sul primo semestre di quest’anno riguardo la domanda e l’offerta. Cosa è andato meglio e cosa peggio?

Andrea Schubert: Il 2017 ha confermato il trend in atto da molti anni a questa parte, anche se nel primo semestre di quest’anno potrebbero vedersi segni di cambiamento. Il settore, dal punto di vista strettamente economico finanziario, tende a non essere un libero mercato ma un mercato oligopolistico collusivo. Ci sono dei poteri forti e poteri deboli che agiscono condizionandolo e, poi, ci sono poteri deboli che si adeguano ai trend “estetici”. Mai come oggi le “mode” sono condizionanti. Se una volta “il gusto dell’epoca” poteva essere visto come epifenomeno culturale oggi, amplificato e accelerato da mass-media di varia natura, giornali, televisione, blog e influencer, diventa fenomeno. “Il gusto della nostra epoca” è un “trend” a tutti gli effetti e viene seguito come venivano seguiti i fenomeni del Mibtel una volta. Per sapere cosa sia andato meglio o peggio si devono vedere i resoconti delle aste od origliare, come una volta si faceva al tondino prima della corsa e della scommessa, ad una fiera cosa si dicono i “mercanti”: difficilmente si sentirà parlare di scuole o movimenti.

Angelo Bolzani: E’ una questione di gusti della clientela. Di cultura della clientela.  C’è chi preferisce un autore chi un altro. Io cerco sempre il compromesso tra il valore dell’affare e il valore artistico. Le quotazioni salgono e scendono e visto che anche i quadri obbediscono alle leggi della domanda e dell’offerta, il compito del gallerista è di accompagnare il cliente a fare la scelta migliore non puntando solo sull’aspetto lucrativo. Per esempio consigliandogli l’acquisto di un’opera che magari anche se al momento non è eccessivamente quotata, potrà esserlo nel prossimo futuro.

  1. C’è chi compra per passione e chi compra per puro investimento? Chi di prassi fa il migliore affare? Si può individuare un genere o periodo?

Angelo Bolzani: Le cornici mi permettono di vivere il mondo dell’arte senza doverne subire i flussi.  Io cerco di proporre le cose in cui credo. I disegni di Giovanni Fattori, di Lilloni a un prezzo equo, ho proposto un artista emergente che faceva cose particolari. Oggi una realtà sottoquotata è tutto l’800 che non è mai è stato così in ribasso. Riguardo il moderno e i contemporanei, in pratica alla pittura sta accadendo quello che accadde anni fa alla stampa antica, che subì un periodo di grande implosione per poi rinascere oggi nella ricerca di contenuti, grazie alle stampe di Salvator Rosa, Albrecht Dürer e Giovanni Fattori, solo per citarne alcuni.

Andrea Schubert: Dire che l’acquisto per investimento non sia un buon affare è come chiedere all’oste se sia buono il vino. Pura passione e puro investimento rimangono comunque pessimi consiglieri. Solo la mente o solo il cuore non possono portare ad un equilibrio. Un sano bilanciamento tra le forze contrapposte può portare ad avere grandi soddisfazioni. In ogni caso entrambi possono fare i migliori affari. Se uno vive solo per il sentimento l’aspetto economico potrebbe essere indifferente in ogni caso, così come se uno vive solo per la forma materiale l’aspetto economico risulta fondamentale, ma in questo caso le scelte devono essere fatte in base a strategie indipendenti dai contenuti estetici. Queste strategie sono le stesse della speculazione finanziaria, solo che qui ci sono meno regole, masse di capitali di gran lunga inferiori e, forse, una maggiore probabilità di “farla franca”. Riguardo il genere molto richieste sono le opere degli anni Sessanta e Settanta non figurative. Il moderno ha ancora il sopravvento sulle opere antiche. In conclusione potrei dire che il periodo storico dell’arte che ha sempre avuto un valore maggiore rispetto agli altri non esiste. Le mode sono cambiate e cambieranno sempre. Ci possono essere delle ciclicità generazionali, ma non esiste una staticità oggettiva. In aggiunta posso solo dire che le vendite fatte dai privati, fino ad oggi non vengono in alcun modo tassate, inoltre, in alcuni casi, come nelle successioni, le opere possono costituire elemento di pagamento delle imposte.

  1. Come si diventa un buon acquirente?

Andrea Schubert: Bisogna prima definire buono per chi. Per il sistema dell’arte e per il suo buon prosperare o per se stessi, o, addirittura, per i venditori. Per i venditori la risposta è semplice: comprando. Come, poi, lo si decide decidendo cosa si vuole essere: collezionista o investitore/speculatore? Per il sistema dell’arte comprando con il cuore e i propri occhi. Guardando tanto e cercando di imparare a “vedere”. Tanti guardano, ma pochissimi vedono. L’arte visiva non è differente dalla letteratura. Per leggere si deve leggere, e lo si deve fare per tanto tempo e con attenzione. Poi si matura il proprio gusto e si gode del libro. Per farlo, si inizia da piccoli alla scuola materna con le lettere dell’alfabeto, poi ne consegue una vita di parole. Lo stesso vale per le immagini. Solo che la nostra forma educativa le esclude in maniera categorica dall’insegnamento nella scuola dell’obbligo. Comunque sia, volenti o nolenti, ne siamo immersi e circondati. Le immagini ci circondano un po’ come ci circondano i suoni. Solo che nella musica le regole sintattiche sono rimaste più legate a formule matematiche (a parte i futuristi e le avanguardie di sperimentazione come la dodecafonia, fluxus ed altre sperimentazioni) e quindi meno opinabili. Da ciò deriva il fatto che tutti sappiano distinguere una melodia dal rumore di una officina, pochi distinguono tra forme e colori casuali e disarmonici e un’opera d’arte.

Angelo Bolzani: il buon acquirente è colui che riesce a trovare il gallerista giusto, ossia quello capace di creare un rapporto di reciproca fiducia e affinità tra acquirente e venditore. Ed è colui capace di comprare per affinità e non con soli fini speculativi. Tra gallerista e acquirente deve nascere un rapporto che va oltre quello commerciale.

  1. E un buon venditore?

Angelo Bolzani: Il buon venditore deve essere capace di affascinare l’eventuale collezionista che se ha un credo e un certo gusto alla fine viene premiato. Purtroppo sempre più spesso un’opera viene tarata in base al prezzo quindi il sillogismo oramai è “se costa tanto vale tanto”. E questo non è bello perché alla fine non viene dato spazio ai giovani. Basta frequentare le fiere più importanti come quella di Art Basel per accorgersi che tutti guardano con maggiore curiosità le opere degli storicizzati piuttosto che quelle degli emergenti.   Il buon venditore è colui che deve sapere andare oltre la volontà del profitto e deve essere capace di fare capire il messaggio che un artista ha voluto dare alla sua opera.

Andrea Schubert: Come per gli acquirenti bisogna fare dei distinguo. Parafrasando la precedente risposta e rendendola simmetrica ci si deve domandare per chi si deve essere un “buon venditore”: per il sistema dell’arte e per il suo buon prosperare o per se stessi, o, addirittura, per i compratori. Per i compratori consigliandoli assecondando la loro natura: collezionista o investitore/speculatore. Per il sistema dell’arte vendendo con gli stessi criteri detti precedentemente per gli acquisti. In sunto l’esperto è bravo se riflette su quello che dice, a meno che per lui sia l’opera di un artista su cui è specialmente ferrato e non sia per questo partigiano.

  1. Quando si fa il migliore affare?   

 Andrea Schubert: Si ritorna al precedente distinguo e quindi il migliore affare lo si fa soddisfacendo la propria natura. Si sbaglia quando non si hanno le idee chiare su cosa si vuole fare; quando si persegue un po’ il sentimento e un po’ la forma senza rendersene conto; quando si segue la “moda” senza rendersi conto che è una moda; quando si è convinti e non si hanno mai dei dubbi; quando si seguono i consigli e quando non li si ascolta. In sunto i punti cardine cui fare riferimento per non sbagliare sono: Autore, tecnica, stato di conservazione, epoca in cui è stato dipinto e consensi ricevuti ossia esposizioni pubbliche e private, collezioni pubbliche o private, pubblicazioni su libri, su riviste, premi.

Angelo Bolzani: Quando si acquista per se stessi si fa un buon affare quando si compra il quadro che ci piace per davvero. Quando si compra per business, i punti cardine sono l’autore del quadro, l’epoca e poi occorre sapere puntare su qualcosa che possa rivalutarsi nel tempo. A mio avviso si sbaglia quando si compra o si vende solo per denaro.

  1.  Quando invece di acquista per pura passione quali sono le principali motivazioni che devono condurre all’acquisto?

Angelo Bolzani: Quelle del cuore e quelle dell’anima. In pratica quelle dell’istinto che ci porta ad emozionarci maggiormente guardando un’opera piuttosto che un’altra. Ricordo una cliente che entrando nella mia galleria si innamorò di un quadro di Umberto Lilloni, ma poi scelse di acquistare un altro quadro perché quello di Lilloni all’epoca costava troppo. E di un’altra cliente che entrando nella mia galleria rimase affascinata da un quadro di Pietro Spica scambiandolo per un’opera di Vasilij Vasil’evič Kandinskij e poi non lo acquistò quando seppe che non era di Kandinskij. E lo sfogo di un collezionista incontrato in Svizzera disperato per avere acquistato delle opere di George Grosz, che gli piacevano molto, acquistate a circa 30mila sterline il cui valore poi era sceso di oltre 15mila sterline. Ecco a mio avviso un quadro quando piace molto merita sempre una follia e di essere acquistato senza farsi influenzare dal nome dell’autore e dai flussi del mercato.

Andrea Schubert: L’impulso estetico, come tutti gli impulsi primari e incontrollati può dare enormi soddisfazioni, così come enormi delusioni. Assecondare la propria natura è una cosa bellissima, ma si deve essere disposti a subire le conseguenze delle proprie scelte. Questo vale per l’arte, come per la vita stessa. Sentimento e forma, nella persona equilibrata, devono essere forze compensative e ben bilanciate. Il criterio filologico è il principio con cui un curatore museale fa le proprie scelte. Compone la sala con oculatezza e senso storico. Le soddisfazioni possono essere molto grandi e la collezione conseguente potrebbe assumere un valore aggiunto nel suo insieme. Il dialogo e le interconnessioni delle opere lasciano una traccia sulle opere stesse arrivando a creare quelle sinergie che rendono le caratteristiche di una struttura complessa diverse dalla semplice sommatoria delle caratteristiche delle singole componenti (Piaget docet). Esiste poi un mix delle due forme che assolutamente non va trascurato. Dopotutto l’arte è libertà di pensiero e di emozioni.

  1. Capita di ereditare un quadro oppure di trovare un quadro in soffitta senza la firma dell’autore di cui si ha necessità di testate valore e veridicità. Quali sono i primi passi da fare per non sbagliare? A chi  bisogna rivolgersi? Qual è la filiera che può garantire un test d’eccellenza?

Andrea Schubert: Rivolgersi a case d’asta o gallerie private. La prima cosa da fare è rivolgersi ad un operatore serio. Se è serio saprà se può o meno aiutare. Se non è esperto dell’autore o dell’epoca indirizzerà a qualche collega o si metterà a disposizione lui per far avere al collega le informazioni necessarie per una stima. Nessuno, per quanto esperto, può essere esperto di tutto. Ognuno ha la sua piccola specialità. Poi ci sono conoscenze generiche che possono dare delle indicazioni di massima per procedere ad una più approfondita analisi. Un test d’eccellenza può, purtroppo, essere fatto in pochi casi. Solo dove la conoscenza dell’opera dell’artista è ampia ed indiscussa si possono avere delle certezze. Gli albi di esperti d’arte si sprecano, così come si sprecano i criteri di inserimento in questi. Ci sono albi autoreferenziali e nessun criterio oggettivo e solido su cui si possono basare, ci sono elenchi di consulenti tecnici del tribunale, ci sono elenchi presso le camere di commercio. Poi ci sono gli operatori e le associazioni di categoria. Spuntano associazioni per il patrocinio e la tutela di specifici artisti, così come fondazioni che dovrebbero raccogliere gli esperti ufficiali. La questione è spinosa e molto ambigua.

Angelo Bolzani: Un tempo c’erano i Sindacati dei Mercanti dell’Arte, il cui presidente era Ettore Gian Ferrari e il tesoriere mio zio Benigno Bolzani. Il loro compito era quello di sapere censire un’opera. Oggi l’unica figura di riferimento resta quella del gallerista il cui compito è quello di aiutare un cliente a comprendere il valore artistico di un’opera sotto tutti i punti di vista.

  1. In Italia a chi ci si può rivolgere per comprare e vendere e in quali piazze?

 Angelo Bolzani: A un gallerista di fiducia e se non si conosce nessuno allora occorre verificare quali galleristi lavorano da più tempo nel mercato dell’arte. E con buon seguito ossia buone recensioni.

Andrea Schubert: Rivolgersi ad una galleria o ad un curatore potrebbe essere la cosa migliore, soprattutto se si conosce personalmente la persona e se si ha fiducia. La piazza migliore, ovviamente, è quella dove si concentra la maggiore ricchezza: oggi il nord Italia.

 Avendo una disponibilità illimitata di denaro quale opera acquisterebbe?

 Andrea Schubert: Personalmente, di tanto in tanto, ho dei profondi innamoramenti. Ma sono persona discreta e non amo parlare di faccende personali. Se fossi un curatore museale, potrei essere pericoloso per i bilanci dell’istituzione che malauguratamente dovesse assumermi.

 Angelo Bolzani: L’Adorazione dei Magi di Albrecht Dürer, un dipinto a olio su tavola siglato col monogramma datato 1504 ora conservato nella Galleria degli uffizi a Firenze.

  1. Il quadro che l’ha emozionata di più?

Angelo Bolzani: Sul cellulare come salvaschermo ho un quadro che raffigura San Girolamo di Jacopo Negretti detto Palma Il Giovane. E in casa ho un quadro dell’artista Franz Joseph Lenhart, un meraviglioso nudo di donna.

Andrea Schubert: Come ho appena detto sono soggetto a profondi innamoramenti verso molte opere.

  1. Pro e contro del lavorare nel mondo dell’arte.

Andrea Schubert: Sicuramente scegliere di fare quello per cui si è maggiormente portati. L’unica cosa è rendersi conto che deve essere un progetto di vita, nel senso dato da Sartre al termine “progetto di vita”. Una volta saliti sul treno scendere è definitivo e potrebbe fare male; fare male a chi scende e, soprattutto, a chi rimane nello stesso scompartimento.

Angelo Bolzani: Nel mondo dell’arte bisogna sapere entrare con molta umiltà. Come facevano i ragazzi di bottega una volta. Io ricordo che quando mio padre e mio zio proposero a me e a mio cugino di lavorare in galleria il mio stipendio all’epoca era di 150mila lire al mese mentre mio cugino guadagnava ben 600mila lire più di me. Ma a me non importava perché avevo un obiettivo ben più importante da raggiungere.

13. L’ultimo acquisto che ha fatto per se stesso?

Angelo Bolzani: Ho commissionato un trittico a un artista iperrealista italiano molto noto e stimato nel mondo dell’arte Maurizio Bottoni, la cui pittura è stata oggetto di studio da parte di critici di arte illustri. I quadri raffigurano un ragno che tesse una tela, delle api simbolo di rigenerazione e delle mosche animali laboriosi come le formiche che a mio avviso rappresentano il momento di svolta che sta avvenendo nel mondo dell’arte.

Andrea Schubert: Come ho già detto in questi casi prediligo la riservatezza

  1. Il giusto rapporto tra il volere e il piacere nell’arte?

Andrea Schubert: Non vedo una dicotomia tra volere e piacere. Se si parla di un artista, il volere e il piacere dovrebbero coincidere in tante cose. L’artista dovrebbe volere il successo perché fermamente convinto del suo lavoro e dovrebbe quindi trarre il piacere da ogni sua opera. Per contro e simmetria, il collezionista dovrebbe desiderare la catarsi attraverso il possesso dell’opera. Possedere un’opera diventa per lui il mezzo per raggiungere il piacere nell’intimità intellettuale e spirituale.

Angelo Bolzani: La capacità di non volere un’opera come feticcio, altrimenti è meglio comprarsi un lingotto d’oro.

 Com’è cambiato, se è cambiato, il suo rapporto con l’arte nel tempo?

Angelo Bolzani: Ho acquisito la capacità di non desiderare un’opera per il gusto di possederla, ma per il piacere di condividerla.

Andrea Schubert: Lavorare nel mondo dell’arte è bello, non per niente lo faccio da tanti anni. Non sono tutte rose e fiori. Si deve lavorare, fare fatica o farla fare ad altri se ce lo si può permettere. Non basta parlare si deve fare, ed anche tanto. Chi si salva? Sicuramente chi ha le idee chiare ed è incosciente. Una contraddizione che esprime l’ossimoro dell’arte: qualcosa di inutile che è fondamentale per l’umanità.


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