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di  Paolo Giudici
Secondo una recente ricerca di Istat, le donne imprenditrici sono quasi 700 mila (686.389 mila) e rappresentano il 26% del totale degli imprenditori. Circa un terzo (32,1%) delle imprenditrici è titolare di imprese con dipendenti, mentre il resto è composto da lavoratrici in proprio. La quasi totalità delle lavoratrici in proprio (92,1%) è attiva nel settore dei servizi e in particolare nel settore “Altri servizi” nel quale ricadono tra gli altri i servizi di ristorazione, commercio e alloggio e nel settore “Servizi di mercato ad alto contenuto di conoscenza”. Relativamente più attive nel settore manifatturiero le imprenditrici con dipendenti in particolare nella “Manifattura a bassa tecnologia”. Di interesse è l’analisi del contributo che le donne apportano alla nuova imprenditoria: è donna il 28,4% dei nuovi imprenditori con dipendenti, quota che sale al 30% tra i lavoratori in proprio. Di queste quasi la metà (48,4%) si colloca nei settori dei “Servizi tecnologici” contro il 39,0% dei neo-imprenditori uomini.  Le nuove imprenditrici sono un po’ più giovani rispetto ai neo imprenditori sia tra i lavoratori in proprio (le neo-imprenditrici donne 25-34enni sono il 35,7%, contro il 29,9% degli uomini) sia tra gli imprenditori con dipendenti (22,6 contro 20,5%). Visti i più alti livelli di istruzione delle giovani donne, le neo imprenditrici oltre ad essere più giovani sono anche più istruite, anche perché maggiormente inserite in comparti dei servizi, dove l’istruzione è un requisito necessario per entrare nel mondo imprenditoriale. Le maggiori differenze si riscontrano nel possesso di una laurea magistrale: la quota di donne è superiore a quella di uomini sia tra i lavoratori in proprio (33,6% contro 21,0%) sia tra gli imprenditori con dipendenti (11,7% contro 10,7%).

La conciliazione dei tempi di vita
La disparità di genere riguarda anche la condivisione dei carichi familiari. Persiste, infatti, la tradizionale asimmetria nella ripartizione del lavoro familiare, sebbene in diminuzione negli ultimi anni. La percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare della coppia, in cui entrambi i componenti sono occupati, diminuisce dal 71,9% del 2008-2009 al 67% nel 2013-2014. Peraltro, le donne presentano anche una maggiore quota di sovraccarico tra impegni lavorativi e familiari: più della metà delle donne occupate (54,1%) svolge oltre 60 ore settimanali di lavoro retribuito e/o familiare (46,6% gli uomini). La partecipazione delle donne al mondo del lavoro è peraltro molto legata ai carichi familiari: nel secondo trimestre 2017 il tasso di occupazione delle 25- 49enni è l’81,1% per le donne che vivono da sole, il 70,8% per quelle che vivono in coppia senza figli, e il 56,4% per le madri. Il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli, dopo il miglioramento degli ultimi cinque anni, nel 2016 è diminuito di 1,8 punti: su 100 occupate senza figli le madri lavoratrici con bambini piccoli sono circa 76. Il livello di istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari, con il gap rispetto alle donne senza figli che si riduce al crescere del titolo di studio; il rapporto sale dal 55,6% per le donne con al massimo la licenza media, al 76,3% per le diplomate, fino ad arrivare al 90,1% per le laureate. Infatti, il tasso di occupazione delle donne con un elevato titolo di studio è superiore al 70% indipendentemente dal ruolo in famiglia e in tutte le ripartizioni. Si delinea dunque un quadro molto eterogeneo con il tasso 25-49 anni che varia da un minimo di 21,9% delle madri del Mezzogiorno con basso titolo di studio ad un massimo di 92,8% delle donne laureate che vivono da sole al Centro.
La qualità del lavoro
Le donne sono inoltre svantaggiate nella qualità del lavoro svolto. Nella media 2016 sono: più elevata la quota di occupate a termine da almeno cinque anni (19,6% rispetto al 17,7% gli uomini), l’incidenza delle dipendenti con bassa paga (11,9% contro 8,8%), le occupate con un livello di istruzione più alto di quello maggiormente richiesto per il lavoro svolto (25,7% in confronto a 22,4% gli uomini), e soprattutto è quasi tripla di quella degli uomini (rispettivamente 19,1% e 6,5%) la quota di occupate in part time involontario.
Le donne nelle posizioni apicali
Importanti segnali positivi emergono sul fronte della presenza femminile nei luoghi decisionali e politici, in aumento costante anno dopo anno. Le elezioni del 2013 hanno portato la quota di elette nel Parlamento italiano dal 20,3% della precedente legislatura al 30,7% dell’attuale. Anche alle elezioni per il Parlamento europeo del maggio 2014, la tendenza all’aumento è stata netta: il 40% dei deputati sono donne. Rispetto a cinque anni prima la rappresentanza italiana femminile nel parlamento europeo è raddoppiata e, per la prima volta, supera la media europea che si attesta al 37%. Molto più arretrata la situazione delle donne elette nei Consigli regionali: nel 2015, dopo le ultime elezioni svoltesi in sette Regioni, nel totale dei Consigli regionali italiani le donne sono soltanto il 18% in moderata crescita dal 2012 ad oggi. Le donne sindaco sono mille e 81 soltanto il 13,5 per cento del totale e amministrano una popolazione di poco meno di 9 milioni e mezzo di abitanti (9.446.789 pari al 15,6% della popolazione totale). Un aspetto emerso con chiarezza grazie ai dati raccolti dal Censimento permanente delle istituzioni pubbliche è la limitatissima presenza femminile negli organi di vertice delle istituzioni, dove non raggiunge il 15 per cento (14,4%). Guardando la forma giuridica, il valore più basso si ritrova nelle Università (7,2% di vertici femminili) e il più alto negli Organi costituzionali (21,2%). L’analisi per regione, influenzata dai vertici dei comuni, evidenzia significative differenziazioni, con il valore più basso per la Sicilia (7,4%) e quello più alto per l’Emilia-Romagna (21,2%). Continua ad aumentare a ritmo sostenuto, invece, la presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, anche grazie agli interventi normativi in materia. Nel 2017 è stata superata la quota 30 per 15 cento (31,6%). Diversa e variegata è, invece, la rappresentanza femminile negli organi decisionali presenti nel nostro Paese. Alla data di ottobre 2017, le donne presenti negli organi decisionali sono in media il 16,4%: le donne sono ampiamente rappresentate nell’Autorità della privacy (tre componenti donna su quattro); arrivano al 25% nell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nel Consiglio superiore della magistratura (26%), nella Consob (1 su 4) e nella Corte costituzionale (3 su 14); le donne rimangono invece sottorappresentate (soltanto il 10,2%) tra gli ambasciatori e non sono presenti tra i componenti l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
What-u per conoscere da vicino le realtà di alcune self-made women le ha intervistate. Ecco che cosa hanno raccontato di sé stesse.

ROSSELLA PARRINO (Palermo), imprenditrice nel settore della comunicazione Adv, titolare di Advepa.

Determinata, lavoratrice instancabile, Rossella è quel genere di donna capace di difendere con ostinazione i suoi diritti, costantemente consapevole dei suoi doveri. «Appena terminata la scuola, dopo avere fatto un bel po’ di anni di gavetta in vari studi professionali, ho iniziato a lavorare in una concessionaria di pubblicità che si occupava in esclusiva per la Sicilia e la Calabria della gestione delle pagine nazionali, ma soprattutto regionali, destinate agli spazi pubblicitari della Gazzetta dello Sport e di tutte le testate dell’allora gruppo Rizzoli oggi RCS MediaGroup S.p.a.  All’inizio ho gestito solo l’amministrazione dell’impaginazione delle pagine delle testate regionali, poi il mio capo mi ha proposto di occuparmi della parte commerciale e così mi sono dedicata anche a questo settore. Una bella sfida formativa che mi ha dato l’opportunità di temprarmi sotto molti punti di vista. Dopo 10 anni questa concessionaria a causa della crisi dell’editoria ha chiuso. Nei mesi successivi ho ricevuto la proposta di lavorare con un mandato diretto come agente. Ma ho risposto di no. Forte dell’esperienza maturata fino a quel momento, ho deciso di mettermi in proprio e intraprendere un’altra strada, quella di imprenditrice nel settore della pubblicità per le aziende, contando su un portafoglio clienti di un certo valore. Così nel 2002 è nata Advepa, la Srl che ho fondato con altre due socie. Il nostro business? Traslare i pubbliredazionali dalle pagine dei giornali agli schermi delle Tv al plasma. Abbiamo iniziato con l’acquisto di 23 televisori ed altrettanti decoder per la trasmissione satellitare, che siamo riuscite a piazzare nei luoghi di maggiore passaggio, realizzando pubblicità dinamica assemblata a contenuti informativi di qualità sui mezzi di trasporto, totem all’interno di centri commerciali, negli aeroporti, nei bar e nelle camere di commercio. Un’idea innovativa in quel periodo, che ci ha regalato la soddisfazione di lavorare praticamente in condizioni di monopolio. Perché puntare sulle Tv al plasma e non su internet? Quindici anni fa internet non si distingueva di certo per lo sviluppo e le performances che ha oggi. In totale gli utenti collegati erano poco più di 200 milioni in tutto il mondo. Questo è stato il motivo per cui abbiamo optato per la trasmissione via satellite. Poi dopo circa 7 anni hanno cominciato a copiarci, la tecnologia è cambiata e la crisi incalzava, quindi ho compreso che dovevo cambiare di nuovo strada pure io. Le mie socie hanno preferito optare per altri progetti, e così nel 2012 sono rimasta da sola alla guida di Advepa. Ma non ho abbandonato la new technology. E ho deciso di concentrarmi sulle nuove tendenze in campo tecnologico, puntando su realtà virtuale, ambientazioni 3d e realtà aumentata. Grazie all’incontro casuale con Rossano, e l’aiuto di Walter successivamente, Advepa è diventata la concessionaria esclusiva dei prodotti di Jwr Business Tech, (N.d.R.: la società di Rossano), oltre che di  prodotti e servizi di altre società tecnologiche, focalizzandosi sullo sviluppo di software personalizzati e gestionali, partendo dall’analisi delle realtà aziendali per individuare le tecnologie più adatte alle esigenze del cliente. La mia forza è stata la determinazione e la capacità di non mollare mai. Anche se a volte certe scelte ti portano a perdere qualcosa. C’è stato un periodo, quello degli inizi, che i guadagni non erano eccessivi. Mi accontentavo del bicchiere mezzo pieno, e anche quando il bicchiere era vuoto, perché a fine mese erano più le spese che i guadagni, non ho mai mollato. Pensavo di potere contare su mio marito, perché almeno lui uno stipendio a casa in quel periodo lo portava. Invece poi lui non  ha più condiviso le scelte che ho fatto e ci siamo separati. Con una ragazzina adolescente mi sono trovata a farmi carico di tante responsabilità. Un periodo duro, perché tante sono state le porte chiuse dalle banche, da chi diffidava del successo della mia azienda. Ora le banche mi cercano e mi offrono credito giornalmente, sono cercata da numerosi potenziali investitori, ma essendo una persona molto pragmatica non mi lascio condizionare facilmente da nessuno. Con Rossano e Walter abbiamo un’intesa professionale molto forte, che si basa anche su una grande amicizia e stima reciproca, costruita giorno dopo giorno con tanti sacrifici affrontati assieme, che ci hanno fatto crescere ogni giorno che passa sempre di più . Siamo una piccola grande squadra, che assieme al nostro validissimo staff e ai nostri clienti selezionati, ha raggiunto i risultati tanto sperati».

 

SILVANA CASTELLUCCIO, (Milano) imprenditrice nel settore dell’export, titolare di EIG Export Import Group, nel 2014 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro “per i 30 anni di lodevole attività”. Il leit motiv della sua vita? Mai avere paura”, una frase che le ripeteva sempre la mamma fin da piccola e che ora lei ricorda con un sorriso. Lodevole la sua attività nell’imprenditoria femminile nel campo dell’internazionalizzazione di prodotti italiani nel settore della meccanica. Il più bel complimento ricevuto nel corso della sua carriera? Lei ricorda che lo ha ricevuto quando le hanno detto: “Lavori come un uomo”. Una frase che apparentemente sembrava avere sfumature un po’ sessiste, ma che in realtà celava il riconoscimento di un valore molto speciale, soprattutto tenendo conto di un periodo storico nel quale le donne che ricoprivano un ruolo di potere all’interno delle aziende erano delle mosche bianche. «Mica facile lavorare in un ambiente prettamente maschile, alle prese con macchine fresatrici e alesatrici», sorride oggi Silvana, che racconta dei suoi primi passi all’interno della società D’Andrea S.p.a., leader mondiale nella produzione di accessori di altra precisione per macchine utensili. «Un’esperienza importante iniziata a soli 24 anni, appena uscita da scuola, che ho affrontato con grande tenacia.  Sapevo parlare inglese, francese e tedesco, che sono diventate il passpartout del mio successo. All’inizio il mio compito era solo quello di gestire gli ordini e le relazioni con la clientela. Il mio capo, responsabile della gestione degli affari con l’estero, era molto anziano e al ritorno da qualsiasi fiera o meeting non cambiava mai nulla, perché si lasciava convincere dai distributori a non cambiare mai nulla. In questo modo non offriva nuovi input alla rete di vendita e il volume degli affari non cresceva.  Così un giorno decisi di farmi avanti e proporre un altro tipo di organizzazione conquistando la fiducia dei titolari. Quello fu l’inizio di una sfida quotidiana, ossia quella di puntare sull’evoluzione dei prodotti, e cambiarli nel momento necessario, per restare al passo  con i mercati e contrastare la concorrenza. Lavorare in un settore dove tutti i giorni avevo a che fare prettamente con gli uomini non fu semplice, soprattutto nel settore della meccanica, dove c’erano non pochi preconcetti sulle capacità imprenditoriali delle donne. Ma io con molta determinazione riuscii ad abbattere le barriere della diffidenza e a conquistare la fiducia di tante persone. Poi in azienda cambiarono molte cose, l’arrivo di nuovi manager aveva modificato l’assetto delle competenze e così decisi di andarmene e di licenziarmi. Forte della mia esperienza, e del mio portafoglio clienti, nel 1983 decisi di iniziare  a lavorare prima da casa e poi in un ufficio, creando reti di vendita sui mercati esteri offrendo servizi di marketing e di gestione commerciale ad aziende italiane specializzate in “prodotti intelligenti” del settore meccanico, che non avevano un ufficio dedicato all’Export interno. Un servizio fondamentale per gli affari di un’azienda perché garantisce l’assistenza globale per ogni tipo di trattativa commerciale, dalla ricerca di nuovi partner, allo sviluppo dei contatti, alle trattative e strategie di vendita sui vari mercati, trovando i migliori distributori di zona nei paesi di esportazione. Poi nel ’91,  le vendite calarono sensibilmente. Gli introiti cominciarono a diminuire sensibilmente e poiché in azienda aveva iniziato a lavorare anche mio marito Maurizio, da solo un anno, lasciando il posto da direttore commerciale di una nota finanziaria, e per me fu un periodo di grandi preoccupazioni. Il mio commercialista mi disse di non abbattermi, perché il volume delle nostre vendite seppur fosse calato era in linea con il calo generale che aveva subito il mercato. Due furono le scelte che mi fecero risalire la china. La prima fu quella di puntare sulla sicurezza delle macchine utensili, la seconda fu quella di andare in Germania e conoscere il sig. Knuth, titolare dell’omonima azienda, che nel giro di pochissimo tempo, davvero poco, era fine agosto, ed eravamo appena tornati dalle vacanze, ci diede l’incarico di rappresentarlo e quindi di vendere i suoi prodotti in esclusiva per l’Italia, oltre che di organizzargli una fiera che si teneva il mese di ottobre. Un’altra sfida importante, che ci mise alla prova, e non solo per i tempi ristretti che avevamo per soddisfare una richiesta così importante. Il grande impegno premiò i nostri sforzi e tutt’oggi continuiamo a rappresentare il sig. Knuth in esclusiva in Italia. In trent’anni il mercato si è evoluto molto. Qualità, giusto prezzo, (quindi un prezzo che si parametri e tenga conto degli standard europei), l’ottimizzazione delle consegne, ossia la scelta del trasporto ideale per ogni stock di merce, la documentazioni multilingue, sono le basi del successo per un’azienda che desidera approcciarsi con i mercati esteri. Una mia grande soddisfazione? Essere stata premiata con l’Ambrogino d’Oro nel 2014».

 

ANNAMARIA GUERRINA (Genova), imprenditrice nel settore del Food and Beverage, organizzatrice di eventi, wedding planner, titolare dell’azienda AMG. Annamaria è quel tipo di persona che se cade una montagna si sposta un po’ più in là e ricomincia tutto daccapo con il sorriso. E se ha una deadline la rispetta a qualsiasi costo, se promette mantiene e il suo più grande pregio è quello di avere un’alta capacità di flessibilità e di adattamento e anche quando le situazioni si complicano, lascia che gli altri possano contare sul suo impegno. «Ho iniziato a lavorare poco dopo avere terminato gli studi, prima in un’agenzia di viaggi di Chiavari poi in un centro servizi radio taxi, dove tra l’altro ho conosciuto anche quello che poi è diventato mio marito. In quell’ufficio ho lavorato 9 anni poi dopo avere preso la decisione di separarmi nel ’96, ho preso anche quella di cambiare lavoro. Così ho cominciato a frequentare un corso della Regione Liguria per “Assistenti di Meeting e Congressi” che mie diede l’opportunità di iniziare a lavorare per un’agenzia la BC Congressi con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa.  All’epoca avevo i figli ancora piccoli e quel contratto non mi dava sicurezza, così dopo avere letto un articolo su Donna Moderna che parlava dell’apertura di un nuovo hotel della catena Jolly nella zona del Porto Antico a Genova, decisi di inviare il mio cv. Quella fu una mossa vincente perché fui assunta con la qualifica di Responsabile del reparto Congressi dell’Hotel Marina.  Poi ricevetti un’altra proposta, quella di diventare direttore dell’Hotel Villa delle Due Palme, a Vesima, in provincia di Genova, un albergo speciale con solo 12 camere tutte attrezzate per disabili. Purtroppo poiché non arrivarono alcuni finanziamenti, l’albergo dovette chiudere ed io rimasi senza lavoro. Successivamente ho lavorato 7 mesi in uno studio dentistico svolgendo funzioni da segretaria, poi al Bristol Hotel, come addetta al ricevimento. Dopo sono stata assunta dalla Capurro Catering come assistente di direzione. Lì  ho lavorato per 7 anni e mezzo. Il mio lavoro? Fare sopralluoghi, preventivi, occuparmi di tutta la parte commerciale, della sicurezza alimentare. Nel 2014 ho deciso un altro cambio di rotta. Quello di mettermi in proprio e sfruttare il know-how maturato fino a quel momento. Quando iniziai a raccogliere i primi successi la soddisfazione fu davvero immensa. Anche se devo ammettere che la paura più ricorrente è sempre stata quella di non riuscire a incassare abbastanza per riuscire a fare fronte a tutte le spese. Perché quando si lavora in proprio le spese si anticipano e poi non sempre tutti pagano con regolarità.Un’altra opportunità per raggiungere nuovi traguardi, e maturare nuove esperienze questa volta in qualità di wedding planner, l’ho avuta collaborando con una una location molta nota a Genova, Palazzo Imperiale. Costruito nella seconda metà del ‘500 dalla nobile famiglia Imperiale, è uno degli edifici più rappresentativi del circuito dei Rolli e patrimonio Unesco dal 2006. Una collaborazione fissa attualmente ce l’ho con la società Gemi Catering ed Eventi di Genova a capo della quale ci sono due sorelle Ilaria e Isotta assieme alle quali riusciamo a fare fronte ad eventi di grande portata e di particolare complessità con il valore aggiunto, grazie all’esperienza di ognuna di noi, di realizzare eventi davvero unici. Ora sono felice perché ho raggiunto un equilibrio rincorso per molto tempo. Ho due figli fantastici Alessio e Simone e Alessio da circa 1 anno e mezzo mi ha reso nonna di Diego, un bambino fantastico che mi ha fatto perdere letteralmente la testa. Che cosa cambierei della mia vita? L’unico piccolo rimpianto è quello di non avere provato ad andare a lavorare all’estero, ma in realtà ad oggi posso dire che della mia vita non cambierei proprio nulla».

 

MARIA GRAZIA MANZI, (Milano) artigiana de cuoio e titolare del negozio Strizzi Cuoio.

Riservata, all’apparenza un po’ diffidente così sembra di primo acchito, Maria Grazia Manzi, titolare di un negozio di manufatti artigianali in cuoio che realizza lei stessa nel suo negozio,  in zona Milano Sud, all’interno del quale ha un laboratorio attrezzatissimo.  Viene da sorridere quando invece si scopre che Maria Grazia è tutt’altro che diffidente e la sua grande dose di empatia le ha permesso di tessere rapporti quasi indissolubili con la clientela . «Negli anni Settanta, ho lasciato la scuola all’ultimo anno, perché avevo bisogno di fare un cambiamento e così ho deciso di andare a lavorare. Trovai lavoro in un laboratorio di cuoio “Il marsupio”. Il mio primo manufatto? Una borsa cucita a mano “a stringa”. In quel posto restai un po’ di anni poi nel 1980 da sola rilevai il negozio di mio padre Giuseppe, che nel frattempo era venuto a mancare. Negli anni Novanta iniziò la grande crisi ed io riuscii a non gettare al vento tutto quello che fino a quel momento avevo costruito, proprio perché nel frattempo ero riuscita a comprare il negozio di papà. Quindi non avendo costi di affitto riuscivo a contenere le uscite.  Il mio secondo acquisto importante,  è stata la macchina da sellaio, che ha il valore aggiunto di realizzare delle cuciture molto forti e quindi di tenuta maggiore. Che cosa mi piace del mio lavoro? Il rapporto con la clientela che reputo davvero speciale, così speciale che a Natale sono i clienti che fanno i regali a me e non io a loro».

 

DANIELA D., (Milano) titolare del centro estetico Isola della Bellezza. Perfezionista di natura non è una persona che lascia nulla al caso. «Ho frequentato un istituto professionale per il Turismo solo per i primi due anni poi ho deciso di cambiare rotta alla mia vita e seguire una passione che ho trasformato in un lavoro dedicarmi all’estetica. A 17 anni non si hanno ancora le idee chiare, ma la mia passione per l’estetica quella era l’unica cosa che non dovevo mettere in discussione. Così ho iniziato un percorso di studi durato 3 anni, i primi due dedicati allo studio dell’estetica, e l’ultimo di specializzazione. Durante il periodo scolastico ho svolto molti tirocini in alcuni centri estetici. Il primo proprio in questo centro, di cui ora sono la titolare, poi in un altro centro, dove però non mi sono trovata bene. Così me ne sono andata.  E sono tornata a lavorare qui. Dal 2006 come dipendente ho fatto la gavetta come apprendista part-time, poi full-time. Lo stipendio era basso, ma io ero contenta comunque perché la mia crescita professionale compensava qualsiasi sacrificio. Nel 2011 la collega con la quale lavoravo in tandem restò a casa in maternità ed io rimasi da sola, costretta a gestire tutta l’attività del centro senza più alcun aiuto. In quel periodo riusciii a forgiarmi molto dal punto di vista imprenditoriale. Subito dopo  la mia titolare mi comunicò che voleva vendere l’attività e andarsene. E in quel momento io presi la palla al balzo per rilevare l’attività da sola. Un grande passo, che mi ha fatto paura fare, perché temevo di non farcela. Invece sono stata capace di organizzarmi sotto molti punti di vista, anche quelli economici, a me meno affini. Certo la paura di non farcela è sempre dietro l’angolo, ma l’umiltà  mi aiuta ad avere un buon equilibrio. Sono felice delle scelte che ho fatto finora e di essere riuscita a conquistarmi la fiducia di così tante persone».

 

ELISABETTA ALBORGHETTI, (Milano). Insegnante di Pronuncia Inglese. Multitasking per natura, Elisabetta una ne fa, 100 ne pensa e poi le fa tutte. E una passione per le lingue, per l’inglese in particolare, che le ha regalato molte soddisfazioni. Laureata in lingue alla IULM, con un diploma di Education in Counselling, ha iniziato a lavorare per le agenzie di pubblicità con il ruolo di account manager e poi dopo la crisi che a metà degli anni Novanta ha colpito questo settore, per 20 anni ha lavorato nell’editoria in qualità di responsabile delle vendite. Poi è arrivato il tempo della pensione. Ma Elisabetta che non ha mai pensato alla pensione come a un traguardo, e quando ha incontrato il professore Adrian Underhill, insegnante di lingua inglese tra i più autorevoli e famosi al mondo, che le ha parlato di un nuovo metodo per insegnare la fonetica della lingua inglese, Elisabetta ha colto l’opportunità di iniziare un corso di studio con lui con l’obiettivo di insegnare agli altri la pronuncia della lingua inglese in maniera differente. «Tutto è iniziato con un master a Cambridge, con il professore Underhill, il cui obiettivo era quello di formare gli insegnanti facendo imparare loro un nuovo modo di insegnamento della pronuncia inglese. Ci sono professionisti che usano l’inglese per il proprio lavoro e pur avendo una buona conoscenza della grammatica e un ricco vocabolario hanno una pronuncia e un’intonazione spesso influenzate dalla lingua madre. La loro conversazione in inglese può risultare difficilmente comprensibile anche se hanno frequentato corsi di conversazione con insegnanti madrelingua o soggiorni all’estero. Negli anni Cinquanta, grazie agli studi e alle scoperte di Alfred Tomatis sull’orecchio umano, si è capito che non possiamo riprodurre un suono che non sentiamo. L’orecchio si apre alle frequenze della lingua madre, ma può restare chiuso alle altre. È chiaro quindi che il metodo del semplice “ascolta e ripeti” non porta a migliorare la pronuncia di una lingua straniera. Questa scoperta ha rivoluzionato la mia vita ed ora è diventata un’opportunità che desidero condividere con altre persone».


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