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Chiara Pozzi, psicologa e psicoterapeuta infantile

di Sibilla Manfredi

Quando iniziare a parlare di sesso ai propri figli? Una domanda apparentemente semplice, ma in realtà difficilissima perché le risposte possono essere davvero tante. Già quando nasce un fratellino o una sorellina i bambini si pongono delle domande che poi fanno ai genitori. E quando sono ancora piccoli per mamma e papà è più facile cavarsela. Inoltre inutile dire che l’uso sempre più diffuso del cellulare – le statistiche parlano di psico-dipendenze già nella fascia di età che va dai 6 ai 9 anni – offre a tutti, ma proprio a tutti, l’opportunità di ampliare le proprie conoscenze guardando il mondo da finestre che lasciano ben poco all’immaginazione. E allora che cosa bisogna fare, come bisogna comportarsi?

What-u lo ha chiesto a Chiara Pozzi, psicologa e psicoterapeuta infantile.

Quando è opportuno iniziare a parlare ai nostri figli di sessualità?

«In realtà, fin da subito, in quanto il bambino nasce già con un suo genere sessuale e velocemente apprende che il suo corpo è diverso da quello di un coetaneo di sesso opposto. Certamente, occorrerà utilizzare un linguaggio adatto all’età e  farsi guidare dalle curiosità del bambino, dalle sue domande che a volte sono implicite e possiamo leggere attraverso i suoi giochi o i suoi disegni. Già dai due anni i bambini sono interessati a sapere la differenza tra il corpo maschile e quello femminile o tra quello adulto e il loro. L’importante è creare un clima di accoglienza intorno alle loro curiosità. Solo in questo modo si creerà un terreno in cui anche successivamente sarà possibile per il bambino fare domande all’adulto riguardo tali tematiche».

Come mai per i genitori è spesso così faticoso parlare di questi temi con i figli?
«Certamente, in molte famiglie questo è uno degli aspetti più complessi da affrontare. Spesso noi stessi non abbiamo avuto genitori che sono stati capaci di insegnarci un vocabolario affettivo/sessuale. Le nostre domande, da bambini, troppe volte non sono state accolte. Per questo motivo è utile che i genitori imparino questo vocabolario attraverso letture specifiche. Fortunatamente oggi ne esistono molte, anche da condividere con i nostri figlioli. Vero è che i ragazzi questo genere di interesse lo condividono con i genitori fino ai 10/11 anni. Poi tutto cambia. Paradossalmente alcuni genitori temono di fare addirittura dei danni parlando con i figli di sesso, non considerando invece il fatto che i loro figlioli sono esposti da ogni fronte a messaggi confusivi, fuorvianti, spesso anche violenti». 

E quando sono più grandi ed entrano in preadolescenza, quali modalità risultano invece più utili per affrontare queste tematiche?
Se si è creato un terreno di dialogo negli anni precedenti, le modalità comunicative possono essere le più svariate: possiamo fare riferimento a fatti di cronaca, episodi avvenuti a scuola, film, personaggi famosi, video musicali o pubblicità che veicolano un certo stereotipo di figura femminile. I ragazzi non amano le prediche, piuttosto è utile stimolare il dialogo chiedendo i loro punti di vista, come si sarebbero comportati in certe situazioni. Naturalmente, sempre adattandosi alle caratteristiche della personalità di nostro figlio, imparando a sentire dentro di noi quale può essere il momento e la modalità migliore per lui».

Ci sono alcuni atteggiamenti che è meglio evitare o che possono essere controproducenti?
«Occorre avere molto rispetto della loro dimensione privata, evitando domande pressanti che più che il dialogo hanno spesso  l’obiettivo di rassicurare un genitore spaventato. Non dimentichiamo che con i ragazzi la vicinanza emotiva si crea solo attraverso una rispettosa distanza. Spesso noi genitori iniziamo a parlare di sessualità quando avvertiamo qualche pericolo per i nostri ragazzi ed è comprensibile. Tuttavia, dimentichiamo che educare alla sessualità significa soprattutto coltivare nei nostri figli la dimensione di un’ intimità che è vicinanza emotiva e una delle più profonde esperienze di realizzazione emotiva dell’essere umano. Ciò è molto lontano dal senso di pericolo che spesso ci porta a parlare ai nostri figli di queste tematiche».

Come influiscono le nuove tecnologie sullo sviluppo sessuale ed affettivo dei nostri ragazzi?
«Certamente, influiscono notevolmente. Sempre più precocemente i bambini sono lasciati soli a navigare su internet destinatari di materiale inappropriato, in un età in cui è impossibile dare una cornice di significato a ciò che osservano. Ciò rende assolutamente necessario l’intervento della guida dell’ adulto, in ambito familiare e scolastico, per mettere pensiero e dare significati. I ragazzi rischiano di confondere la realtà con ciò che è proposto su internet, per lo più privo della dimensione affettiva che dà significato ai gesti. Molti non conoscono la differenza tra fare sesso e fare l’amore. Educare alla sessualità, invece, implica costruire significati intorno al concetto di intimità, di vicinanza, di rispetto di sé e dell’altro».

Come aiutare i nostri ragazzi ad agire con gradualità nelle prime esperienze affettive, laddove spesso vogliono ottenere tutto velocemente?
«I preadolescenti in effetti sono di per sé inclini a vivere per lo più nel “qui ed ora”, nella gratificazione più immediata dei propri bisogni. Ciò anche a causa di una certa immaturità che caratterizza alcune loro aree di funzionamento cerebrale, come le aree pre-frontali, addette alla pianificazione dell’azione. Questo li porta ad agire più facilmente comportamenti impulsivi. Sarà possibile aiutarli ad andare per gradi solo attraverso una costruzione progressiva di significati emotivi. Questi significati dovranno contemplare il sentire in cosa può consistere l’ intimità con il suo graduale avvicinamento all’altro, il rispetto dei propri ritmi /sensazioni e di quelli del partner. Solo questi significati potranno insegnare al ragazzo il senso dei limiti e della gradualità».


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