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Paolo Cignozzi, psicologo e psicoterapeuta

di Marzia Trescor

«In questo periodo la parola d’ordine è resilienza», a dirlo è Paolo Cignozzi, psicologo e psicoterapeuta, al quale What-u si è rivolto per sapere come si può ‘reggere’ l’ansia, la fatica, la noia, che potrebbero venirci stando così tanti giorni in casa, tenendo in considerazione molti aspetti, non solo la semplice condivisione degli spazi comuni, ma anche l’impegno di un lavoro da svolgere a casa, magari in due o peggio ancora in tre, le lezioni scolastiche online, lo svago e il divertimento.

«La chiave di volta è la resilienza», ripete Cignozzi, «che è la capacità di reggere a un urto, a situazioni fortemente stressanti, appartiene a noi esseri umani, è nel nostro DNA. Quando veniamo sopraffatti da un’esperienza travolgente il nostro organismo adotta degli espedienti fisiologici di origine primordiale per proteggerci e permetterci di sopravvivere o non provare dolore fisico. Siamo organismi complessi evoluti negli ultimi 4 miliardi di anni dalla prima comparsa della vita cellulare sul pianeta Terra. E la storia ha dimostrato che l’uomo fin dalla sua prima comparsa sulla terra, ha saputo attivare dei sistemi di protezione che lo hanno preservato da qualsiasi cataclisma fino ad oggi».

Quindi nella pratica come possiamo applicare la resilienza?

«Innanzitutto con l’ottimismo, un sentimento probabilmente un po’ in riserva in questo periodo, ma che ci può permettere di guardare alle difficoltà che abbiamo superato nella vita come a un traguardo raggiunto. Il fatto di avere scalato una montagna ed essere riusciti ad arrivare alla vetta con successo ci deve sempre fare sperare di poterlo rifare, semplicemente perché lo abbiamo già fatto. Poi bisogna sapere guardare a ciò che c’è, che abbiamo e anche a quello che c’era prima, ma che non era essenziale. Anche questo ci fa tenere “cariche le batterie”. E poi l’ultimo punto cruciale è sapere fare squadra».

In che senso?

«Nel senso che dobbiamo imparare a suddividere i carichi anche in famiglia. E questo principio non vale soltanto adesso, ma sempre, quindi anche quando finirà il periodo cosiddetto di quarantena».

Cosa intende per suddivisione del carico?

«Di prassi in famiglia ci sono dei ruoli ben definiti, mamma, papà, figli. Non importa quanto grande sia una famiglia, ci può essere un solo figlio, oppure solo una mamma, solo un papa, ognuno deve darsi un compito e chiedersi cosa devo fare per gli altri? Inciso sul frontone all’ingresso del Vittoriale a Gardone Riviera, c’è scritto: “Io ho quello che ho donato” e come ha appena detto il Papa, dobbiamo ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca, dobbiamo remare assieme”. Per questo motivo ribadisco che non è pensabile che uno non lo faccia, o faccia di testa proprio. Se c’è un progetto, una meta, ciascuno deve fare qualcosa per raggiungere un obiettivo in base all’età e alle competenze».

Non sempre è facile ottenere qualcosa dai ragazzi e in questo periodo di reclusione forzata tutti passano dei momenti in cui sono più nervosi…

«A me capita di fare delle sedute con molti adolescenti e anche ragazzi più grandi e quando chiedo loro: “Tu cosa dai, qual è il tuo apporto in famiglia?”, spesso li vedo spiazzati e alla fine non mi rispondono. I figli vanno responsabilizzati fin da piccolini. A partire dai 5 anni bisogna chiedere loro di fare delle piccole cose, portare a termine dei piccoli compiti perché in questo modo coltiviamo anche la loro autostima. Semplicemente perché ognuno di loro si renderà conto con il passare del tempo che è una persona importante anche per quello che sa fare».

Come si gestisce l’ansia da Smart Working?

«Non restando più ore del dovuto davanti al pc. Le pause fanno bene al cervello, il cervello ha necessità di riposare, di non essere costantemente sotto pressione, soltanto così trova ristoro e recupera energie. Altrimenti si va in burn-out. Lo Smart Working tra l’altro è molto stressante perché si è molto più controllati e poi perché non abbiamo contatti con gli altri colleghi e anche la pausa caffè alla macchinetta sembra un miraggio».

Ma non sempre lo decidiamo noi quanto tempo dobbiamo restare a lavorare davanti al pc, o con il telefono, quando fare una pausa…

«Un buon capo non è quello che tiene in costante tensione le persone e se così fosse bisogna fare in modo che queste pause vengano contemplate per esempio non essendo eccessivamente disponibili. In un contesto ben strutturato, esattamente come accade in famiglia anche nel lavoro i compiti devono essere suddivisi in base ai giusti pesi ».

E come coniugare lo Smart Working con i ‘doveri casalinghi’?

«Alternandosi nella gestione dei figli e delle faccende domestiche. In un contesto ben strutturato l’interesse comune è sempre quello di avere dei compiti. Perché indipendentemente dall’emergenza se ognuno pensa per se stesso è difficile fare squadra. Quindi l’imperativo è mettersi d’accordo per fare qualcosa per gli altri».

In questo periodo il Coronavirus ha fatto perdere a tante persone il lavoro, come può non venire l’ansia alle persone che stanno affrontando questo dramma?

«Se non sono in una situazione di estrema emergenza, e allora in quel caso è d’obbligo che si rivolgano alle strutture che offrono servizi previsti, occorre sempre essere positivi e ogni volta a fine giornata occorre domandarsi: “Che cosa ho imparato oggi?” Un esempio? Lo studio della lingua inglese. Provate a imparare 3 vocaboli al giorno , in una settimana ne avrete imparati 21, e in un mese 90. Tenuto conto che alla base di un lessico normale in una lingua è prevista la conoscenza almeno di 200/3000 parole… lascio a chi legge le conclusioni».

Tante sono le persone che lavorano fuori casa, non solo il personale del Servizio Sanitario, come possono monitorare i figli queste persone?

«Il senso di responsabilità si insegna e si impara da piccoli e aumenta con il passare del tempo, non si può improvvisare. Se un genitore dice che non si deve giocare ai videogiochi per oltre un’ora, il ragazzo deve essere in grado di smettere. Idem con il cellulare. Anche sul fronte dell’ordine. Un genitore quando arriva a casa dopo avere lavorato tante ore di fila non può essere costretto a mettere a posto perché trova tutto in disordine. Non c’è ‘questo è mio’ o ‘questo è tuo’ nel rimettere in ordine».

E il ‘piano B’ per le persone anziane?

«Essere resilienti, anche loro e cercare di distrarsi, compatibilmente con i mezzi che hanno a disposizione, evitando di guardare per ore programmi che parlino solo ed esclusivamente di Coronavirus. Ogni giorno è bene che si sentano con figli, nipoti, infondendo loro fiducia, raccontando come abbiano affrontato nel passato esperienze difficili di lavoro, disagi economici, come anche loro abbiano vissuto e superato emergenze sanitarie. Infondere fiducia ed ottimismo questo è l’imperativo per gli anziani. La loro parola è autorevole perché frutto dell’esperienza».


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