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di Michael Chaplin

“Anche la salute mentale, non solo quella fisica, è a rischio a causa della pandemia causata dal Coronavirus”, queste le parole di Devora Kestel, direttrice del dipartimento salute mentale dell’Oms scritte nel rapporto Onu sul tema. “L’isolamento, la paura, l’incertezza, le turbolenze economiche, tutti questi elementi causano o potrebbero causare sofferenze psicologiche”, ha aggiunto, giudicando probabile un aumento dei casi di malattie mentali, questione che i governi dovrebbero mettere “in primo piano”. Il Covid-19, come l’Hiv, potrebbe diventare un virus endemico nelle nostre comunità e non scomparire mai e comunque l’allarme pandemia è destinato a durare ancora a lungo. Le indicazioni arrivano dall’Oms per bocca di Mike Ryan, capo del programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della Sanità. “Abbiamo un nuovo virus che entra nella popolazione umana per la prima volta e quindi è molto difficile prevedere quando riusciremo a prevalere su di esso”, ha spiegato Ryan nel briefing a Ginevra. “Questo virus potrebbe diventare solo un altro virus endemico nelle nostre comunità e potrebbe non scomparire mai. L’Hiv non è scomparso e non sto confrontando le due malattie”, ha sottolineato Ryan, “ma penso sia importante essere realistici. Non credo che nessuno possa prevedere quando o se questa malattia scomparirà”. Certo, con un vaccino “potremmo avere una possibilità di eliminare questo virus, ma quel vaccino dovrà essere altamente efficace e disponibile per tutti. E dovremo usarlo”. Per quanto riguarda invece l’approdo alla cosiddetta ‘nuova normalità’, “bisogna fare ancora un lungo cammino”, ha avvertito l’esponente dell’Oms. “Noi non abbasseremo il livello di allarme fino a quando non disporremo di un significativo controllo del virus, di solidi sistemi di sorveglianza e di sistemi sanitari più forti”.

Medici e infermieri trattati come untori

Il mese scorso ad Ismailia in Egitto, ha raccontato la dottoressa Dina Abdel-Salam ad Ap, decine di estranei si sono radunati sotto il balcone del suo appartamento, dove aveva preso temporaneamente residenza, per allontanarsi dalla casa degli anziani genitori per proteggerli dall’esposizione al Coronavirus, lanciando oggetti contro la sua finestra e gridando minacce così gravi da costringerla a chiamare la polizia. “Ti sei trasferita qui per farci ammalare”, hanno gridato. E quello che è accaduto a lei è solo uno dei tanti casi che si aggiungono di giorno in giorno all’ondata di assalti contro i medici e gli infermieri che ogni giorno combattono in prima linea il Coronavirus. Lo scorso marzo a Crotone molti medici hanno ricevuto numerose minacce oltre che volantini intimidatori. Molti manifesti con frasi minacciose sono stati affissi sotto le loro case. In Francia e in Spagna molti medici sono stati cacciati dai vicini. “Se il contagio arriverà in questo palazzo la riterremo responsabile”, questo il messaggio lasciato sul parabrezza di una giovane infermiera di Dourdan, nella regione di Parigi, da un suo vicino di casa. A Lucille, infermiera di Vulaines-sur-Seine, un altro comune di Parigi, in una lettera anonima trovata tra la posta hanno scritto: “Vai a vivere altrove”. In Spagna è balzato alle cronache il caso di un’infermiera Elena Garbajosa che per evitare di essere aggredita verbalmente si è dovuta togliere l’uniforme anche per fare pochi passi dall’uscita dell’ospedale alla sua macchina. E a questi casi si sono aggiunti quelli accaduti in tanti altri paesi, in India, nelle Filippine, in Messico dove medici e infermieri sono stati attaccati, intimiditi e trattati come paria a causa del loro lavoro.

La pandemia, soprattutto in luoghi con infrastrutture sanitarie limitate, ha già sottoposto i medici a difficoltà. Ma gli operatori sanitari, visti come possibili fonti di contagio, affrontano un’altra sfida sconcertante in questi paesi: lo stigma associato alla malattia. “Ora più che mai, dobbiamo riconoscere l’importanza di investire nella nostra forza lavoro sanitaria e intraprendere azioni concrete che garantiscano il loro benessere e sicurezza”, ha affermato Ahmed al-Mandhari, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per il Mediterraneo orientale, in una conferenza stampa virtuale all’inizio di questa settimana, scrive Ap. Ma in molti luoghi, questo è un compito difficile poiché la sfiducia, la paura e la disinformazione possono avere effetti devastanti. Decenni di scarsa istruzione e scarsi servizi pubblici in alcuni luoghi hanno creato profondi dubbi sulla professione medica.

La scorsa settimana, diversi medici del pronto soccorso dell’ospedale afgano del Giappone, dove lavora Noori, sono stati assaliti da 15 membri della famiglia di un paziente deceduto per il virus. I dottori hanno riportto varie ferite, un paio anche il naso rotto. “I parenti credono che siano stati i medici a uccidere i loro familiari”, ha detto Noori. A Guadalajara, la seconda città del Messico, il governo ha inviato soldati della Guardia Nazionale agli ospedali pubblici. A Omdurman, nel Sudan è scoppiata una rivolta in un ospedale quando si è diffusa la voce, falsa, che molti pazienti erano stati contagiati da medici in servizio. COVID-19. 

A fomentare la rabbia delle persone anche la carenza globale di respiratori, test antivirus e dispositivi di protezione, l’accresciuta ostilità pubblica ha privato alcuni professionisti medici delle necessità di base, come alloggi e trasporti. Nella capitale indiana, Nuova Delhi, i medici e i primi soccorritori hanno riferito di essere stati sfrattati dai proprietari. Un’infermiera in Etiopia ha detto che i taxi si sono rifiutati di fare salire i lavoratori che escono dal principale ospedale della nazione dedicato ai pazienti affetti da Coronavirus. Un atteggiamento che comincia a prendere piede sempre di più anche in Italia, dove tuttora è difficile trovare disinfettanti a base alcolica ((etanolo/alcool etilico al 75%) e prodotti a base di cloro (es. ipoclorito di sodio), oltre che le indispensabili mascherine facciali.


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