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Parte oggi, l’indagine di sieroprevalenza dell’infezione da virus SarsCoV2 del Ministero della Salute e Istat, con la collaborazione della Croce Rossa Italiana, per capire quante persone nel nostro Paese hanno sviluppato gli anticorpi al nuovo Coronavirus, anche in assenza di sintomi. Il test verrà eseguito su un campione di 150mila persone residenti in duemila
Comuni, distribuite per sesso, attività e sei classi di età. Gli esiti dell’indagine, diffusi in forma anonima e aggregata, potranno essere utilizzati anche per altri studi scientifici e per l’analisi comparata con altri Paesi europei. Per ottenere risultati affidabili e utili è fondamentale che le persone selezionate per il campione aderiscano. Partecipare non è obbligatorio, ma conoscere la situazione epidemiologica nel nostro Paese serve a ognuno di noi. Le persone selezionate saranno contattate al telefono dai centri regionali della Croce Rossa Italiana per fissare, in uno dei laboratori selezionati, un appuntamento per il prelievo del sangue. Il prelievo potrà essere eseguito anche a domicilio se il soggetto è
fragile o vulnerabile. Al momento del contatto verrà anche chiesto di rispondere a uno specifico questionario predisposto da Istat, in accordo con il Comitato tecnico scientifico. La Regione comunicherà l’esito dell’esame a ciascun partecipante residente nel territorio. In caso di diagnosi positiva, l’interessato verrà messo in temporaneo isolamento domiciliare e contattato dal proprio Servizio sanitario regionale o Asl per fare un tampone naso-faringeo che verifichi l’eventuale stato di contagiosità.
La riservatezza dei partecipanti sarà mantenuta per tutta la durata dell’indagine. A tutti i soggetti che partecipano, sarà assegnato un numero d’identificazione anonimo per l’acquisizione dell’esito del test. Il legame di questo numero d’identificazione con i singoli individui sarà gestito dal gruppo di lavoro dell’indagine e sarà divulgato solo agli enti autorizzati.
Da stamattina, su tutte le reti Rai, verrà mandato in onda uno spot dedicato all’indagine e tutte le informazioni saranno reperibili sul sito salute.gov.it.

Ma come hanno vissuto gli italiani il lockdown?

Nonostante le restrizioni, il lockdown è stato vissuto all’insegna della serenità e di un clima familiare coeso e positivo. Secondo l’indagine condotta nella Fase 1 dell’emergenza Covid-19 ovvero nel periodo dal 5 al 21 aprile 2020, da Istat, per misurare comportamenti e percezioni dei cittadini in pieno lockdown, tre cittadini su quattro hanno usato parole di significato positivo. Meno del 15% ha scelto parole a cui non è stato possibile attribuire un significato univocamente positivo o negativo. Solo l’8% ha utilizzato termini di significato negativo. Per descrivere il clima familiare, un cittadino su due ha spontaneamente scelto una delle seguenti parole: “buono” (14,4%), “sereno” (12,6%), “tranquillo” (10,4%), ottimo” (8,7%), “amorevole” (3,8%). Tra le parole di difficile classificazione, quella più frequentemente utilizzata è “normale” (9,9% dei cittadini). “Teso” è invece il termine negativo più usato, ma solo dallo 0,7% degli intervistati. La forte propensione all’interpretazione positiva dell’esperienza di lockdown è stata trasversale alle varie fasce di popolazione e all’area geografica. Tuttavia, a livello territoriale, nell’area 2 la percentuale di parole positive è risultata più bassa rispetto alle altre del Paese pur restando fortemente maggioritaria (70%).

Utili e chiare: così il giudizio sulle misure adottate

Dai risultati è emerso che i cittadini hanno ben recepito le indicazioni sul comportamento da adottare. Ciò è avvenuto in modo consistente e trasversale. Non è un caso quindi che abbiano considerato utili e chiare le istruzioni ricevute. La stragrande maggioranza dei cittadini (91,2%) ha ritenuto che le nuove regole imposte per contrastare l’evoluzione della pandemia siano state utili per risolvere la situazione e che siano risultate ‘chiare’ le indicazioni su come comportarsi per contenere il contagio (89,5%). Anche queste opinioni non presentano significative variazioni in base al sesso e all’età. Qualche lieve differenza emerge a livello territoriale tra le regioni dell’area rossa e il Mezzogiorno, ma i giudizi positivi si attestano ovunque su livelli molto alti.

Mani lavate in media quasi 12 volte al giorno

Lavarsi spesso le mani è stata una delle azioni maggiormente raccomandate per prevenire l’infezione. In un giorno medio settimanale, le persone hanno dichiarato di aver lavato le mani in media 11,6 volte (con un valore mediano pari a 8) e di averle pulite con disinfettanti circa 5 volte (con un valore mediano pari a 2). Un segnale di forte attenzione che in alcuni casi può essere interpretato come un sintomo d’ansia. Una quota non indifferente di persone, infatti, riferisce di aver lavato le mani almeno 20 volte nel giorno precedente l’intervista (16,5%) e si arriva al 22,4% tra le persone di 55-64 anni; la quota scende tra gli anziani (5,9% tra le persone di 75 anni e più) e nel Mezzogiorno (12,2%)

Circa un terzo della popolazione adulta ha pulito le mani con un disinfettante almeno 5 volte, una percentuale che supera il 40% tra coloro che sono usciti il giorno precedente l’intervista.

Sempre a distanza di 24 ore dall’intervista, le persone hanno riferito in media di aver pulito o disinfettato circa due volte le superfici della cucina e dei mobili della casa, almeno tre volte nel 27,8% dei casi, con quote più alte tra le donne e tra le persone di 65-74 anni (rispettivamente 35,1% e 36%).

9 cittadini su dieci hanno fatto uso di mascherine

Nel periodo in cui sono state messe in atto le misure restrittive della Fase 1, l’89,1% delle persone di 18 anni e più riferisce di aver fatto uso di mascherine. L’utilizzo è stato diffuso in modo trasversale in tutta la popolazione raggiungendo il valore più alto tra le persone di 45-54 anni (94,5%), relativamente più basso il valore rilevato tra i più anziani (73,5% per 75 anni e più), anche perché molto probabilmente hanno avuto meno bisogno di uscire. L’utilizzo delle mascherine ha riguardato tutto il territorio, a prescindere dalle condizioni di maggiore o minore rischio di contagio della zona in cui si vive. Dei 5 milioni e mezzo di individui che non hanno usato la mascherina, il 68,6% probabilmente non ne ha avuto bisogno (il 20,4% ne aveva la disponibilità ma non ha avuto bisogno di usarla, il 48,2% non l’ha cercata), mentre il 31,3% riferisce di averla cercata senza trovarla.

La percentuale di quanti non hanno trovato le mascherine varia nelle diverse aree del Paese, è pari al 20,9% nella zona rossa, passa al 30,7% nelle altre aree del Centro-nord e al 40,9% nelle aree del Mezzogiorno. Tali percentuali indicano che nelle zone maggiormente colpite la disponibilità di mascherine sul mercato è stata maggiore

Le persone si sono procurate le mascherine in diversi modi. Circa la metà le ha acquistate in una farmacia o in un negozio di sanitaria, il 22,3% riferisce che sono stati parenti o amici a procurargliele, il 17,8% le ha comprate in un altro negozio, il 12,4% le ha fatte in casa o le ha ricevute sempre di fattura artigianale da un conoscente, il 6,5% le ha acquistate su internet. L’analisi per zona di gravità del contagio mostra come la percentuale di coloro che le ha fatte in casa sia più elevata nelle zone a minor rischio di contagio (16,8% nell’area 3, contro il 7,8% della zona rossa).

Rispettata la distanza di almeno un metro

Anche il mantenere la distanza obbligatoria da persone esterne alla propria famiglia è stata una delle indicazioni per il contenimento del contagio molto rispettata; la maggior parte delle persone dichiara di essere riuscita sempre a osservare tale norma (92,4%), indipendentemente dall’età e dal genere. Ancora una volta nelle zone a minor rischio la quota scende leggermente ma si attesta comunque all’89,6% (rispetto al 90,9% dell’area 2 e al 95,5% della zona rossa). La percezione del rispetto generalizzato delle regole è confermata anche da quanti il giorno prima sono usciti per fare la spesa, il 90,1% di questi ha riferito che la distanza di un metro è stata rispettata, ad esempio, al supermercato.

Poche le visite fatte e ricevute

Nella Fase 1, meno di un quinto della popolazione di 18 anni e più (19,1%) ha fatto visita a persone per portare loro la spesa o farmaci o per fare semplicemente compagnia, di queste soltanto l’1,2% lo ha fatto tutti i giorni. Non emergono differenze di genere e anche quelle per età sono decisamente modeste: la quota di chi è uscito per fare visite si attesta intorno al 22% per tutta la fascia di età 18-64 anni e scende sotto la media tra la popolazione di 65 anni e più (circa il 10%). Le differenze sono molto contenute anche a livello territoriale: le uscite per le visite sono state molto limitate in tutte le aree del Paese. Chi è uscito, in oltre l’82% dei casi, è andato a trovare familiari e parenti (genitori/suoceri 45%), mentre nel 29% ha fatto visita ad amici, vicini o altre persone.

Il contenimento degli spostamenti è confermato dalla percentuale di persone che hanno ricevuto visite. Il 23,6% della popolazione di 18 anni e più ha ricevuto visite da persone che hanno portato loro la spesa, farmaci o sono venute per fare compagnia (si tratta di 11 milioni e 846 mila persone, di cui più della metà di 65 anni e più). La quota di chi ha ricevuto visite è molto contenuta e inferiore alla media per tutta la fascia di età 18-64 anni, sale poi al 32,3% tra la popolazione di 65-74 anni e raggiunge il 60,1% tra gli ultrasettantacinquenni.

La quota di chi ha ricevuto visite è più alta tra le donne (26,3% rispetto al 20,7% tra gli uomini) e in particolare tra le donne anziane di 75 anni e più (68% rispetto a 48,4% tra gli uomini della stessa età)

Anche a livello territoriale non emergono differenze significative. Fra chi ha ricevuto visite, il 59,3% è stato visitato da familiari e parenti, la percentuale sale al 78,6% tra le persone di 75 anni e più. Nel 24,7% dei casi a fare visita sono stati amici, vicini o altre persone mentre nel 30,4% si è trattato di un addetto alle consegne a domicilio.

Uscite ridotte al minimo durante la giornata

In un giorno medio della settimana il 72% della popolazione di 18 anni e oltre non è uscito di casa, il 22,7% è uscito una volta e il 5,2% due o più volte. Non emergono differenze di genere mentre rispetto all’età sono stati i 45-64enni a uscire di più (oltre il 35%). Le quote più basse si rilevano invece tra i giovani di 18-24 anni (19,6%) e tra gli anziani di 75 anni e più (10,1%). Sono usciti più spesso i residenti nella zona rossa (32%) e nelle altre aree del Centro-nord (29,8%) rispetto a quelli del Mezzogiorno (22,8%). Guardando la condizione professionale, come era lecito attendersi, la quota più alta di chi è uscito si riscontra tra gli occupati (circa quattro su 10) mentre tra casalinghe, studenti e ritirati dal lavoro sono uscite meno di due persone su 10. Tra le motivazioni delle uscite, al primo posto si colloca fare la spesa (43,3% sul totale delle persone che sono uscite), seguono andare a lavoro (33,5%); portare fuori il cane (19%); andare in farmacia (8,9%); fare una passeggiata (7,5%) o acquistare il giornale (6,9%).

Confidenti in una soluzione positiva ma non a breve

Nel corso della Fase 1, l’89,8% dei cittadini ha pensato che la situazione emergenziale si sarebbe risolta. Tuttavia, solo il 10% è apparso pienamente ottimista e confidente in una rapida soluzione. La posizione prevalentemente espressa si potrebbe definire di cauto ottimismo, visto che il 79,2% dei cittadini ha dichiarato che la situazione si sarebbe risolta ma ci sarebbe voluto del tempo. Solo il 6,4% ha ritenuto che il Paese non fosse adeguatamente attrezzato per risolvere la situazione mentre il 3,8% non ha espresso un’opinione in merito. Ha manifestato fiducia in una rapida soluzione della situazione il 12-13% della popolazione con meno di 65 anni a fronte del 5,5% degli ultrasessantacinquenni. Tra questi è più diffuso un atteggiamento prudenziale: è infatti particolarmente elevata la quota di quanti esprimono un cauto ottimismo, si tratta dell’83,8% a fronte di valori, sempre molto elevati, ma leggermente più bassi nelle altre classi di età, in particolare fino a 54 anni (circa il 76%). Anche a livello territoriale emergono delle differenze. La maggiore esposizione al rischio di contagio proprio della zona rossa ha indotto i suoi residenti a una maggiore cautela: nell’84,3% dei casi ipotizzano un’evoluzione positiva della situazione solo nel lungo periodo contro il 76,1% delle altre regioni del Centro Nord e il 75% del Mezzogiorno.

Grande fiducia in medici, infermieri e Protezione civile

Il grado di fiducia nelle principali istituzioni impegnate nella lotta contro il coronavirus è molto elevato. Utilizzando un punteggio da 0 a 10 dove 0 significa assenza di fiducia e 10 fiducia totale si evidenziano valori elevati di fiducia trasversali alle varie fasce di popolazione. La maggioranza dei cittadini infatti esprime fiducia totale nel Servizio Sanitario nazionale, sia con riferimento al personale medico che alle altre tipologie di personale, e nella Protezione civile, riconoscendo a tali istituzioni il massimo punteggio attribuibile (10): il 55,8% nel caso del personale paramedico del SSN, il 55,4% verso i medici del SSN e il 50,8% verso la Protezione civile. Se si considerano i tre valori più elevati della scala, cioè i punteggi da 8 a 10, queste percentuali salgono rispettivamente all’86,4%, all’86,5% e all’80,3%. I valori medi dei punteggi sulle tre scale confermano il forte sbilanciamento delle distribuzioni verso i valori alti. La fiducia espressa verso il personale medico e paramedico ha un punteggio medio pari a 9, quello nei confronti della Protezione civile arriva a 8,7, senza differenze significative di genere o età. Le differenze territoriali sono lievi. Nelle regioni della zona rossa la fiducia espressa nei confronti di tutte le figure istituzionali considerate è mediamente più elevata: circa il 90% dei cittadini ripone un elevato livello di fiducia (con punteggi tra l’8 e il 10) sia nei medici che nel personale paramedico del SSN. La percentuale si attesta intorno all’86% nelle altre regioni del Centro nord e all’83% nel Mezzogiorno. Analoga la situazione anche per quanto riguarda la fiducia espressa nei confronti della Protezione civile.


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