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La scansione di un sospetto caso COVID-19 analizzato
dal Dr. Michel Schmitt e il suo team.
 Il primo caso pare possa essere fatto risalire al 16 novembre

di Maddy Simpson

Nuovi studi riportano alla ribalta la questione del primo focolaio. La notizia era già stata segnalata da Adnkronos il 7 maggio che aveva scritto che i primi casi di Coronavirus si sarebbero verificati già a novembre nella regione francese dell’Alsazia, al confine con la Germania, citando quando diffuso attraverso un comunicato diffuso dall’ospedale Albert Schweitzer di Colmar, dove riesaminando tutte le 2.456 tac del torace realizzate fra il primo novembre e il 30 aprile, il dott. Michel Schmitt, capo del dipartimento di diagnostica per immagini, aveva evidenziato tutti i dossier compatibili con il Covid-19, che sono stati poi esaminati da diversi radiologi in seconda e terza lettura. Dallo studio è emerso che i primi casi di Covid-19 arrivati nell’ospedale risalgono al 16 novembre con una progressione molto lenta dell’incidenza della patologia fino a fine febbraio e un aumento rapido con un picco il 31 marzo. Secondo Schmitt, in Alsazia il contagio si è accelerato in occasione delle feste di fine anno fra mercatini di Natale e riunioni di famiglia e poi è esploso alla fine febbraio dopo un raduno evangelico a Mulhouse (il primo caso in Alsazia è stato registrato il 25 febbraio). I medici francesi quindi potrebbero aver fatto un passo avanti nella corsa per stabilire dove e quando la pandemia di coronavirus colpì per la prima volta l’Europa, stabilendo che il virus potrebbe essere nato in Francia, addirittura a novembre dello scorso anno, e non in Germania. I funzionari nella città cinese di Wuhan hanno confermato l’esistenza di una malattia allora sconosciuta con sintomi simili alla polmonite all’Organizzazione mondiale della sanità il 31 dicembre, ma solo il 7 gennaio si è determinato che quel virus fosse il Coronavirus che causa il Covid-19 che tutti noi ben conosciamo.

Le agenzie di spionaggio statunitensi hanno raccolto informazioni di intelligence sui primi focolai a Wuhan

Il team di radiologia dell’ospedale Albert Schweitzer di Colmar, in Francia

Gli scienziati tuttora sostengono che mappare la diffusione della malattia nelle sue fasi iniziali sia la chiave per capire come proteggere le persone e prevenire un secondo focolaio. Il team del dottor Schmitt è stato in grado di identificare 12 casi di Coronavirus dal dicembre 2019 al 16 a gennaio di quest’anno. Tuttavia, non è stato ancora possibile trarre conclusioni certe, Ora il suo team dovrebbe esaminare i raggi X risalenti a ottobre nel tentativo di mappare la diffusione del virus. Il team del dott. Cohen sottolinea che i nuovi test sui campioni dei pazienti hanno confermato che il virus si è sviluppato in Francia prima che fosse ufficialmente segnalato. Aggiungendo parlando del primo paziente infettato dal Covid-19: “Era stupito, non capiva come fosse stato infettato. Non aveva fatto alcun viaggio. L’unico contatto che aveva avuto è stato con sua moglie”. A febbraio, a cinque britannici fu diagnosticato il Coronavirus. Si scoprì che il focolaio del contagio si era sviluppato nel villaggio alpino di Contamines-Montjoie vicino al Mont Blanc trasmesso da un uomo di Brighton che aveva soggiornato nello stesso resort. Il paziente di mezza età era volato da Singapore verso la stazione sciistica, ma aveva mostrato i sintomi del virus solo al suo ritorno nel Regno Unito. L’uomo venne poi ricoverato in un’unità specializzata in malattie infettive al Guy’s Hospital di Londra, dove fu messo in quarantena come terzo paziente affetto da Coronavirus sul suolo britannico. Mentre altri sei cittadini britannici che erano entrati in stretto contatto con loro nel resort furono portati in differenti ospedali francesi.

Il villaggio alpino di Contamines-Montjoie vicino al Mont Blanc

Il 13 gennaio, l’OMS ha confermato il primo caso al di fuori della Cina in Tailandia. E poi i casi sono stati così tanti che è stato davvero difficile ricostruire una mappatura a prova di errore. Quello che è certo ora è che indipendentemente dall’origine dell’epidemia bisogna essere pronti a un’eventuale fase 3 che potrebbe verificarsi in autunno. La Cina è già corsa ai ripari testando dopo avere scoperto solo 7 contagi a Wuhan oltre 6 milioni di residenti. La Svezia, uno dei pochi paesi a non avere aderito al lockdown, al momento pare non abbia in programma di implementare test su larga scala nonostante abbia anch’essa avuto pazienti che hanno ricevuto cure per casi di polmonite anomala.

In Italia Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, accende la miccia delle polemiche affermando che il virus non esiste più

In Italia le parole del primario del San Raffaele di Milano Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva, che ha affermato che il Coronavirus “dal punto di vista clinico non esiste più” hanno dato il via a numerose polemiche. Tutto è cominciato durante la trasmissione Mezz’ora in più su Raitre, quando a proposito delle osservazioni sulla situazione della Regione Lombardia, Zangrillo ha detto: “Mi viene veramente da ridere. Oggi è il 31 di maggio e circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente una nuova ondata per la fine del mese/inizio di giugno e chissà quanti posti di terapia intensiva ci sarebbero stati da occupare. In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico non esiste più”.

“Il nuovo Coronavirus “potrebbe ora essere diverso”, replica all’Ansa il direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti. “La potenza di fuoco che aveva tale virus due mesi fa non è la stessa potenza di fuoco che ha oggi. È evidente che oggi la malattia Covid-19 è diversa: la presentazione clinica e il decorso sono infatti molto più lievi”.

Il paziente zero scoperto a Stockdorf, vicino a Monaco, in Germania

Tanto si è scritto sul paziente zero, ossia quello che avrebbe causato il contagio del Covid-19. Tutto quello che sappiano fino ad oggi è che il primo contagio, che poi si è diffuso in Europa, è avvenuto a Stockdorf, la cittadina vicino Monaco che ospita il Webasto Group, un’azienda di parti di ricambio per automobili. Qui è avvenuta la famigerata riunione di lavoro in cui una donna positiva proveniente dalla Cina e al momento senza sintomi (la febbre le salirà durante il viaggio di ritorno) contagia il primo dipendente, un giovane uomo che le era seduto accanto durante una riunione in una stanza ristretta. Era il 20 gennaio e la donna – la paziente zero in Europa – aveva incontrato da poco per le feste del nuovo anno i genitori residenti a Wuhan. Ci vorrà una settimana prima che il suo collega tedesco, il paziente uno, riceva il responso del tampone: positivo. Nel frattempo il virus circola nell’azienda Webasto, con 16 contagiati (tutti guariti). Da lì l’infezione si diffonde in Baviera, poi in Italia e nel resto d’Europa. Rintracciando in modo maniacale la catena dei contagi e testando tutti i casi sospetti, il focolaio bavarese viene almeno in parte circoscritto e nel frattempo vengono implementate le informazioni che aiutano a capire chi si è infettato prima e chi dopo. Ma il sentiero si interrompe improvvisamente dopo il paziente 4. Gli studiosi non riescono a comprendere che tipo di correlazione possa avere avuto con il paziente 5. Ma l’arcano ha una risposta in breve tempo. Grazie a nuovi studi gli epidemiologi tedeschi scoprono che i pazienti 4 e 5 hanno entrambi pranzato alla mensa aziendale il 22 gennaio. Il primo non aveva sintomi. I due non erano insieme però stavano mangiando in due tavoli adiacenti e si davano le spalle. Il contagio è improbabile che avvenga in queste condizioni. Ma a un certo punto, incalzato dalle domande, uno dei due ha ricordato di essersi voltato per chiedere al collega la cortesia di passargli il sale. Quindi si presuppone che o con impercettibili schizzi di saliva mentre parlava o con le sue mani contaminate, il paziente 4 abbia trasmesso in questo modo il virus al paziente 5.


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