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di Patrizia Ravasi

Dopo due o tre appuntamenti mancati per impegni reciproci, lei impegnatissima per la celebrazione del centenario di Alberto Sordi, riesco finalmente a intervistare Paola Comin, agente stampa con la ‘A’ maiuscola, di attori e attrici con la ‘A’ maiuscola, tra i quali per l’appunto anche Sordi, che ha seguito per quasi 20 anni. Di Albertone (così chiamato per lo spessore artistico) che è l’artista che meglio di chiunque altro è riuscito a raccontare vizi e virtù, come nessun altro avrebbe fatto così bene, degli italiani, lei conosce tutto. Paola quando è stato il vostro primo incontro? «Nel 1993 quando mi stavo occupando della terza edizione di Umbria Fiction Tv, un festival voluto da Enrico Manca all’epoca presidente della Rai. Questo festival era stato voluto anche se manifestazioni di questo genere sul territorio non mancavano, dal Festival di Spoleto, Umbria Jazz, insomma c’era solo l’imbarazzo della scelta. In quell’occasione mi chiamò Claudio Gubitosi, l’ideatore del Giffoni Film Festival, che aveva deciso di invitare Alberto Sordi per conferirgli un premio alla carriera. Così io chiamai Maria Rule all’epoca sua addetta stampa per comunicarle che volevamo invitare Alberto per dargli un premio e lei mi propose di parlargliene durante una colazione assieme, approfittando dell’occasione che Sordi sarebbe venuto in Umbria per motivi di lavoro. All’epoca non capii la mossa di Maria, ma in seguito compresi che lei aveva preferito che io facessi direttamente a Sordi quella domanda perché lui era molto sensibile al fascino femminile e non mi avrebbe mai detto no. E così è stato. Poi però hai preso il posto della Rule. Hai fatto capitolare Sordi? «No, sorride Paola al telefono, «è semplicemente accaduto che Maria ed io prima siamo diventate socie e poi Maria, proprio perché cominciava a sentire il peso dell’età, ha preferito passarmi il timone dell’ufficio stampa. Com’è stato condividere la maggior parte del tuo tempo con Alberto? «Ricordo, come fosse oggi, che all’epoca mi vennero molti dubbi immaginando quale sarebbe stato il modo migliore per iniziare un rapporto professionale con lui. Pensavo lo devo chiamare “signor Sordi”, “maestro” e invece appena ci siano incontrarti lui mi ha accolto con una grande risata e mi ha detto subito di darci del “tu”, sciogliendo subito il ghiaccio. Per me lavorare con lui è stata un’esperienza unica, non per la sua popolarità, ma per la sua umanità, educazione, riservatezza. Alberto aveva un grande dono quello di capire in una manciata di secondi qualsiasi persona. E poi era puntualissimo. Se avevamo un appuntamento alle 13,30 lui si faceva trovare sul posto almeno un quarto d’ora prima. E aveva un grande debole per le donne e questo ha avuto una grande influenza nell’organizzazione del mio lavoro. In che senso, spiegami meglio… «In pratica, se capitava che Alberto dovesse fare tante interviste in un solo giorno, prima lo facevo intervistare dagli uomini e le donne le lasciavo per ultime, perché alle donne Alberto non avrebbe mai detto di no». Però non è stato sempre semplice seguirlo… «Era impegnativo perché aveva molti inviti, ai quali non poteva dire di no, anche se non amava la vita mondana». Alberto era noto anche per la sua parsimònia, i più cattivelli lo hanno definito un uomo molto tirchio… «Allora diciamo la verità. Alberto non era assolutamente tirchio, ma parsimonioso, perché aveva un gran rispetto del denaro e quando lo invitavano a una cena era logico che non mettesse mano al portafogli perché era sempre l’ospite, com’è accaduto e accade anche a tanti altri attori. Però era molto generoso con le mance e le lasciava a chiunque, ai portieri dell’albergo, a chi gli portava le valigie. E poi non dimentichiamoci che lui viveva in una villa stupenda di 2mila metri quadrati, con 7 persone di servizio. Un avaro non avrebbe mai sostenuto il costo di così tanto personale. Ad Alberto piaceva spendere il necessario». Ha anche donato un terreno edificabile, ricordo bene? «Esattamente, a Trigoria dove poi è sorto il campus medico. Un’idea che gli era nata dopo che si era fatto operare di ernia in una clinica privata. Mi disse: “Pensa sono in una clinica privata, sono Alberto Sordi e mi trattano male, immagina come potrebbero comportarsi con altre persone anziane sole o indifese”. Così decise di regalare un terreno di 10 ettari edificabili affinché lì sopra potesse essere costruito un polo ospedaliero con all’interno con un reparto specializzato in geriatria». Sordi aveva un rapporto speciale con la musica… «Sì nel 1936, quando aveva solo 16 anni, incise un disco di fiabe per bambini per la casa discografica Fonit e con il ricavato partì per Milano, dove si iscrisse al corso di recitazione all’Accademia dei Filodrammatici lasciando persino la scuola con grande dispiacere della madre (N.d.R. che faceva la maestra). Un’esperienza fallimentare che si concluse con la sua espulsione a causa della sua marcata inflessione romanesca. Ma lui non si arrese e terminando gli studi da privatista diplomandosi come ragioniere, iniziò poi a fare la comparsa a Cinecittà apparendo in kolossal del cinema come ‘Scipione l’Africano’ nelle vesti generiche di soldato. Nello stesso anno vinse anche un concorso della Metro -Goldwyn-Mayer per doppiare la voce di Oliver Hardy assieme a Mauro Zambuto che prestava invece la voce a Stan Laurel. Poi nel 1940 fu chiamato alle armi e prestò servizio nella banda musicale dell’81° Reggimento fanteria Torino’ accompagnando le partenze dei militari italiani per la breve campagna francese. Un giorno mi raccontò che quelle partenze gli hanno lasciato un ricordo indelebile perché all’epoca aveva capito ancora di più, quanto la musica fosse importante e quanto coraggio desse ai ragazzi che stavano partendo per il fronte». Citami uno dei suoi più bei film, quello che pure lui riconosceva come un grande film… «’La Grande Guerra’ un film che riuscì a fare capire quanto sia sottile il confine tra l’eroismo e la vigliaccheria». So che sarà difficile dirlo ora che non c’è più, ma quali sono stati i suoi maggiori difetti? «Era un po’ maschilista. Per le sorelle avrebbe fatto qualsiasi sacrificio, ma provava un senso di superiorità nei confronti delle donne e quindi anche se le trattava sempre con molto garbo, lui si sentiva sempre la colonna portante nel rapporto. Ma all’epoca questo era anche normale che ciò accadesse». Qualche altro pregio che prima ti sei dimenticata di citare? «Era molto sicuro di sé e del suo valore e contestualmente era umilissimo. Motivo per cui ha rifiutato centinaia di ospitate». In che senso… «Nel senso che anche se riceveva molti inviti preferiva dire di sì a pochi non soltanto per evitare di inflazionare la sua figura, ma anche perché non voleva annoiare il suo pubblico. Difatti diceva: “Già il pubblico mi vede nei film, poi se mi faccio vedere anche nelle trasmissione potrebbe dire…E che palle questo Sordi che sta dappertutto! Aveva un rispetto per il pubblico indescrivibile. E poi era scrupolosissimo sul fronte della privacy». Qualche aneddoto? «Quando incontrò Maurizio Costanzo, quando Costanzo lavorava per la radio, e Maurizio gli chiese un parere sul format di un programma che voleva realizzare e poi divenne famosissimo, il ‘Maurizio Costanzo Show’. Alberto gli disse che sarebbe stato un insuccesso perché per lui era inconcepibile pensare che qualcuno potesse restare seduto di fronte al pubblico, (N.d.R. come previsto per il Costanzo Show). Per fortuna di Maurizio, così non accadde». Che rapporto aveva con i colleghi? «Ottimo, non l’ho mai sentito parlare male di nessuno. Anzi lamentava il fatto che tutti avessero circoli professionali, i ferrovieri, i magistrati, i militari, i giornalisti, ma non gli attori». Hai mai saputo di una scena che non avrebbe mai voluto girare? «No, le battute attori di questo calibro se le sono sempre adattate sul set mentre si girava. Parliamo di attori che venivano dall’avanspettacolo che è stata una grande scuola. Per alcuni film come ‘L’Americano a Roma’ le battute Alberto le ha inventate tutte al momento». Sordi era una persona molto empatica, capace di mettersi nei panni degli altri e far proprio (sul set) quello che sentivano e facevano gli altri … «Sì quello era un suo grande pregio. Riusciva a capire immediatamente l’essenza delle persone. Mi ricordo quando per il film ‘Dove vai in vacanza?’ il regista era alla ricerca di una figura femminile che potesse essere la figura giusta per formare una coppia affiatata sul set. In un primo momento si pensò alla sorella di Maurizio Arena, poi ad Alberto venne un’idea. Quella di ingaggiare la donna che resettava i camerini. Anna (N.d.R. Longhi). “Quando la propose citando solo il nome tutti pensarono alla Proclemer , ma quando lui spiegò meglio chi fosse la persona a cui lui aveva pensato, tutti rimasero letteralmente di stucco. Persino la stessa Anna gli chiese: “Ma io cosa posso fare?” e lui le risposte “Sii te stessa e tutto andrà bene». E sul fronte amore, le sue relazioni, i suoi grandi amori quali erano? «L’unico vero amore perlomeno accertato fu quello con l’attrice Andreina Pagnani durato 9 anni. Lui aveva poco più di 20 ani e lei 34. Poi un grande amore platonico della sua vita è stata Silvana Mangano. Era sposata con Dino De Laurentiis e con lui diventò mamma ben 4 volte, e Alberto non avrebbe mai fatto uno sgarbo a Dino corteggiandola. Alberto ebbe una storia d’amore negli anni Cinquanta con un’austriaca e più recentemente con Roberta Giusti, che è stata una delle annunciatrici e presentatrici più note della televisione italiana negli anni Settanta e Ottanta. Purtroppo scomparsa molto giovane. Ecco lei incarnava proprio il suo tipo ideale, alta, bionda, bel fisico, donna di grande charme e di classe. E poi ebbe un flirt anche con Katia Ricciarelli». Però lui non si è mai voluto sposare e ha dedicato la sua vita al cinema… «Lui era contrario al matrimonio, le sue sorelle erano persone di famiglia, una moglie per lui non lo sarebbe mai stata e per questo motivo diceva per scherzo: “Mica posso mettermi un’estranea in casa”. E poi una volta mi disse: “Ho dedicato tutto me stesso alla mia alla carriera di attore, non avrei mai potuto dividermi in due ed essere un buon marito e un buon padre. Quando faccio una cosa mi piace farla bene. E di certo non avrei potuto fare così bene questo lavoro se avessi avuto una famiglia. Inoltre siccome mi piace fare le cose fatte bene, se io avessi avuto una famiglia avrei voluto essere un buon marito e poiché per fare questo mestiere abbracci donne a destra e a manca, questo non sarebbe stato possibile. Perché la tentazione sul set e anche fuori è sempre dietro l’angolo. E non sarei potuto essere un buon padre, perché non avrei potuto essere presente nella vita di un figlio come avrei voluto e potuto fare”». Sordi aveva anche un debole per le modelle… «Assolutamente sì, a Parigi acquistò un intero palazzo in un quartiere frequentato da modelle. E poi ebbe un debole per Valeria Mazza, nel senso che quando la incontrò per la prima volta ne rimase molto affascinato. Anche lei, bionda, alta, elegante, una bellezza molto semplice. Ma torniamo al solito discorso era sposata con figli e per Alberto questo rappresentava un deterrente». Però girava voce che trascorresse le vacanze a Rimini proprio perché lì c’erano molte donne sposate lasciate sole con i bambini dai mariti che le raggiungevano solo nel fine settimana… «L’occasione fa l’uomo ladro e Alberto se una gli faceva capire che era molto interessata a lui e gli piaceva non diceva di certo di no». Alberto era molto discreto, ma molti avevano il suo numero di telefono, pure io avevo il suo numero di casa, anche se rispondeva sempre la colf. «Perché lui non aveva problemi a offrire un suo recapito, salvo poi se chiamavano troppi, fare rispondere dal personale di servizio, che aveva l’ordine di non dire mai di no, ma nel contempo di inventare una scusa per dire che Alberto era impegnato». Poi c’è stato l’incontro con Verdone. Come avvenne? «A casa di Sergio Leone, Carlo gli chiese un autografo e Alberto gli scrisse: “Con tutto il mio paterno affetto”. Una frase che poi ha suggellato un sodalizio artistico che poi ha partorito un film divenuto un cult della cinematografia italia “In viaggio con papà”». Sordi veniva chiamato anche Albertone. Ma gli piaceva questo termine? «Assolutamente sì perché lui veniva chiamato ‘Albertone’, perché la gente lo considerava ‘un grande’ artista». Un desiderio che ti ha confessato prima di andarsene… «Quello di volere realizzare la terza serie di ‘Storia di un italiano’, alla quale lui ha lavorato gli ultimi anni della sua vita. E poi quello di guarire, perché lui era un positivo. Ma purtroppo non ce l’ha fatta”».


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