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Elena Saporiti, psicologa e psicoterapeuta dell’Età Evolutiva nell’équipe psicobimbi e adolescenti del Centro Medico Santagostino di Milano

di Manuela Sciacca

«Ogni età la le sue indipendenze. Iniziare a mangiare e a camminare da soli per i bambini è il primo passo verso l’indipendenza. Camminare ha un significato molto importante perché con il camminamento o il gattonamento il bambino inizia ad allontanarsi dalla mamma, dal papà e impara a muoversi nell’ambiente circostante da solo», dice Elena Saporiti, psicologa e psicoterapeuta dell’Età Evolutiva nell’équipe psicobimbi e adolescenti del Centro Medico Santagostino di Milano.

«Per i bambini è importante sperimentare le loro capacità, per raggiungere l’autonomia e l’indipendenza e i genitori devono assecondarli e aiutarli creando attorno a loro un ambiente di protezione, privo di pericoli, affinché passo dopo passo possano arrivare a raggiungere questo importante obiettivo. Quando un bambino inizia a muoversi autonomamente bisognerebbe organizzare gli spazi in cui vive per limitare il più possibile i pericoli. Ad esempio eliminare oggetti pericolosi e fragili alla sua altezza, mettere dei copriprese, coprire gli spigoli più pericolosi, in modo che il bambino possa muoversi autonomamente senza che la mamma e il papà gli debbano correre dietro continuamente per controllare che non si faccia male. Anche le cadute servono da stimolo e non devono spaventare né il bambino né i genitori. Spesso un un bambino dopo una caduta si spaventa e piange, perché ha avvertito e visto nel volto del genitore dei segnali di preoccupazione. Trasmettere ai bambini tensioni, paure o ancora peggio sgridarli, perché esplorando si mettono inconsapevolmente in pericolo, è un grande errore perché l’unico risultato che si ottiene è quello di renderli insicuri. Anche iniziare a mangiare da soli per i bambini è una tappa importante», prosegue Saporiti, «quindi quando inizia la fase dello svezzamento, la mamma deve iniziare a imboccarlo, ma poi piano piano deve permettere al bambino di prendere confidenza con il cibo lasciando anche che ci metta le mani dentro per portarselo alla bocca, con l’obiettivo di insegnargli pian piano a usare il cucchiaino. Senza però poi perdere la pazienza se gli cade il cibo dal cucchiaino o arrabbiarsi se si sporca tutto.

Mai farsi prendere dall’ansia da prestazione. E soprattutto occorre evitare di fare i confronti con i figli delle amiche e amici. Ogni bambino ha tappe di sviluppo differenti, c’è chi è più precoce a camminare, a parlare, ma ciò non significa che questi bambini siano dei fenomeni rispetto ai loro coetanei. C’è chi ancora pensa che a 1 anno i bambini debbano già camminare. Invece non è così. Perché il range minimo e massimo di età per imparare a camminare può andare dai 10 ai 15 mesi. Di prassi, solo se sussistono ancora difficoltà a camminare dopo i 15 mesi, è necessario fare degli approfondimenti sullo stato psico-fisico del bambino. Un’altra tappa importante? Quando comincia a pronunciare le prime sillabe per farsi capire. Perché parlare permette di socializzare e quindi offre l’opportunità di creare legami con il mondo esterno, ossia con persone che non sono né la mamma né il papà. Un errore ricorrente che fanno molti genitori è quello di assecondare il proprio bambino, anche se per gioco, e ripetere assieme a lui le parole che pronuncia inconsciamente in maniera errata, facendoci sorridere. Come comportarsi in questi casi?  Mai sgridarlo e correggerlo cambiando addirittura il tono di voce per sembrare più perentori.  Basta ripetergli la frase nel modo corretto. Quindi se ci dirà che vuole “una bamana”, il nostro compito dovrà essere quello di chiedergli: “Se vuole una banana”, pronunciando il nome del frutto correttamente per aiutarlo ad arricchire i suoi vocaboli.

Ma se il genitore è troppo ansioso che cosa deve fare per evitare di trasmettere insicurezza al figlio?

«Per il bene dei propri figli l’ansia va messa da parte affinché il bambino non percepisca crescendo il mondo come un luogo pericoloso».

Quali altri errori compiono i neo genitori?

«Abituare fin da subito il bambino a dormire sempre e solo nel lettone con mamma e papà accanto è sbagliato. Spesso le mamme quando tornano a casa dopo avere partorito si sentono più tranquille ad aver il neonato accanto a sé, per controllarlo meglio. Con il passare del tempo questa diventa un’abitudine difficile da modificare e in questo modo ai bambini si trasmette insicurezza, perché il messaggio che viene trasmesso loro è che dormire da soli può essere un pericolo. Quindi interiorizzando questo timore, anche quando cresceranno non vorranno dormire da soli. Dormire con mamma e papà, anche quando sarà più grandicello, dovrà essere l’eccezione che si concede in un momento particolare, ossia quando fanno un brutto sogno, oppure hanno paura o sono preoccupati per qualcosa che non li fa dormire. Dopo i primi mesi di vita è importante insegnare ai bambini che ancora non lo sanno fare, ad addormentarsi nel loro lettino. Mamma e papà in questa prima fase possono rimanere con il bambino fino a quando non prende sonno, se questo lo rassicura, perché il dormire da soli non deve essere percepito come una punizione, ma come una buona e sana abitudine per tutti. Per gli stessi motivi, anche fare addormentare un bambino che ha già 6 mesi, a fine poppata ancora attaccato al seno è un errore, perché così imparerà che è possibile addormentarsi solo in braccio alla mamma e con il seno in bocca e se durante la notte si sveglierà, come è normale che accada, non sarà in grado di addormentarsi da solo, ma reclamerà sempre la presenza della mamma».

Facciamo un grande salto in avanti e arriviamo al periodo delle elementari. Quali sono i passi giusti da fare per renderli sempre più indipendenti?

«Sicuramente occorre fare capire loro che se hanno bisogno di aiuto, mamma e papà ci sono sempre. E poi occorre fare capire loro che sono loro i protagonisti di questa “nuova avventura”. Quindi, dalla terza elementare in avanti, bisogna aumentare il carico delle responsabilità. Pretendendo, per esempio, che si ricordino quello che la maestra ha detto in classe, i compiti da fare, dando loro piccole incombenze, ma importantissime».

Quando è giusto iniziare a farli andare da soli a scuola?

«Ovviamente dipende dal contesto. In una città come Milano dove ci sono strade molto lunghe da attraversare è possibile prendere in considerazione questa ipotesi quando il bambino ha quasi finito le elementari. O addirittura quando inizia la scuola secondaria di primo grado ossia le medie. Valutando assieme il percorso da fare e gli eventuali pericoli».

Un altro passo verso l’indipendenza è quello di offrire loro l’opportunità dell’uso del cellulare…

«Un passo importante che va valutato di caso in caso. Se il bambino non ha molte occasioni di restare da solo perché per andare e venire da scuola, dalla casa di un amico può sempre contare sul passaggio di uno dei suoi genitori, o di una tata, va da sé che non abbia necessità di avere un cellulare per comunicare. Quindi se la richiesta ha il solo scopo di comunicare con gli amici è preferibile aspettare che inizi ad andare alla scuola media».

Un’ altra tappa che fa sentire grandi è quella di potere dormire fuori, a casa dell’amico o degli amici dopo una festa oppure perché invitati a un pigiama party. In questi casi come bisogna comportarsi?

«Anche questa può essere una tappa importante di crescita che potrebbe trasformarsi in un bel ricordo per tutta la vita. Però bisogna capire se nostro figlio è pronto a fare questo passo. Perché, tanto per fare un esempio, se già difficilmente fa fatica a restare a casa dei nonni, è probabile che lo stesso disagio possa viverlo a casa di altri».

Quale potrebbe essere una regola aurea per tutti i genitori?

«Essere dei buoni esempi, perché i bambini imparano di più osservando i comportamenti dei loro genitori piuttosto che ascoltando tanti bei discorsi. Se un bambino viene sgridato se usa il cellulare a tavola e poi anche i genitori ne fanno un uso smodato, questa è una contraddizione di cui i ragazzi si accorgono. E il rischio è quello di perdere un pò della nostra credibilità. Bisogna sapere dedicare ai nostri bambini la qualità del nostro tempo. Che cosa è importante fare con i nostri figli? Quando si torna a casa dal lavoro prima o dopo cena, è consigliabile dedicare loro del tempo, giocando o parlando con loro. Basta una mezz’ora e se si può anche di più. Questo permette ai bambini di sentire che sono importanti per noi. E poi non bisogna mai avere paura di dire troppi no».


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