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di Manuel Sivori

Almeno una volta nella vita è capitato a tutti di affrontare una situazione che ci ha fatto venire un nodo alla gola e fatto battere il cuore a mille. Prima (e anche durante) un incontro importante, a scuola durante un’interrogazione, alla prova orale della maturità, prima e durante un importante esame all’università (o nel peggiore dei casi per tutti), durante un’assemblea di lavoro, o ancora peggio quando siamo stati costretti a esibirci per uno speech in pubblico o semplicemente nel corso di un’assemblea condominiale. Insomma per evitare situazioni imbarazzanti What-u ha chiesto alla nota psicologa, neuropsicologa, psicoterapeuta, Elisabetta Caletti che cosa è l’ansia, come gestirla non solo quando colpisce noi stessi, ma anche quando diventa un problema per i nostri figli, compagni, mariti e mogli, amici.

Ansia si può definire una patologia?

«L’ansia è innanzitutto un’emozione, una sensazione di pericolo, che si caratterizza per una serie di modificazioni che avvengono sia a livello fisiologico, sia di pensieri, sia di reazioni comportamentali come risposta a una determinata minaccia. Un lavoro psicoeducativo per i ragazzi è di importanza fondamentale. Le emozioni non devono intimorirci, ma hanno un’importanza fondamentale per la vita: ci orientano, ci guidano nel modificare credenze e scopi. Non si raggiungono, infatti, performance buone quando si è completamente rilassati, per esempio, quando si deve giocare una partita di pallone. Quando ci si spaventa anche della poca ansia che sarebbe opportuno avere in situazione lievemente attivante che al contrario potrebbe aiuterebbe aiutarci e spronarci a risolvere il problema, significa che si teme che quell’emozione diventi talmente grande da farsi incontrollabile».

Come si distingue l’ansia dalla paura?

«La paura ha un oggetto temuto riconoscibile mentre spesso l’ansia è identificabile per l’indefinitezza della minaccia percepita. Quando la componente emotiva prende il sopravvento su quella cognitiva si percepiscono come pericolose situazioni anche neutre. Questo può portare all’esperienza di panico che merita un trattamento psicoterapeutico per trovare assieme delle strategie per ridurre al minimo le situazioni che percepiamo minacciose in assenza di veri pericoli».

C’è una predisposizione dalla nascita? E se si quali le origini?

«L’ansia è determinata da convinzioni disfunzionali che riguardano il concetto di valore di se stessi, le attese perfezionistiche del funzionamento, le convinzioni legate all’intollerabilità e insopportabilità di alcune situazioni. La ricerca ha dimostrato l’esistenza di una sorta di “passaggio” familiare dei disturbi d’ansia. Fattori coinvolti potrebbero essere lo stile educativo e comportamentale dei genitori, le loro credenze, il legame di attaccamento con i figli. Molti studi sono stati condotti e sono ancora in corso per approfondire il problema, per valutare quanto la predisposizione ai disturbi d’ansia sia influenzata da fattori epigenetici studiando anche le aree cerebrali deputate all’elaborazione delle emozioni».
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Come capirne i sintomi?

«Sintomi classici dell’attivazione ansiosa sono irrequietezza, irritabilità, faticabilità, confusione, difficoltà a concentrarsi o problemi di memoria, problemi del sonno, tensione muscolare. Soffrire di attacchi di panico significa provare forti stati ansiosi che spaventano e che provocano rimuginazioni che portano a provare uno stato di paura che prende il sopravvento su di noi. Facilmente la persona interpreta poi in modo catastrofico il sintomo fisico (per es. tachicardia con formicolio agli arti porteranno a credere che si stia avendo un infarto) innescando un circolo vizioso (mi spavento… interpreto male i sintomi… aumenta l’idea del pericolo imminente e di conseguenza aumenta l’attivazione fisiologica».

Un figlio ansioso come va gestito?

«Se il disturbo è importante e pervasivo professionalmente e personalmente mi sento di consigliare l’intervento di un esperto, per la complessità del disturbo: esso va inquadrato correttamente e a seguire sarà proposto un trattamento specifico, compreso il compito dei genitori nella cura. Ai ragazzi sono spesso affidati da parte degli psicoterapeuti specifici “compiti” da fare a casa, che ovviamente non sono assimilabili a quelli scolastici, ed è importante che i genitori condividano la scelta di questo lavoro, parte integrante dal trattamento».

E quando ad essere ansiosi sono un fidanzato, una compagna, un marito o una moglie?

«Fidanzati o compagni che soffrono di ansia patologica a loro volta generano sul partner emozioni disturbanti. A volte si può trattare di ansia generalizzata, che è disturbo comune a molti, sostanzialmente dato dalla tendenza a preoccupazione stabile nel tempo il cui sviluppo è dovuto alla combinazione di più cause (personalità, eventi di vita, processi cognitivi disfunzionali..). Molti di questi soggetti cercheranno rassicurazioni da parte del compagno, che anche se arrivano, di prassi non hanno un effetto duraturo. Le convinzioni e i pensieri non razionali, il preoccuparsi del proprio preoccuparsi sono meccanismi di mantenimento che richiedono il trattamento psicoterapico oltre, a volte, di quello farmacologico. Quindi la strada migliore è quella di aiutare il proprio partner consigliandogli di rivolgersi a un esperto. Nel frattempo però è meglio non minimizzare il problema esortandolo a tentare di sopprimere le preoccupazioni, perché paradossalmente così facendo la situazione può peggiorare. Anche accondiscendere troppo alla tendenza del partner ansioso di evitare certe situazioni per lui catalogate “pericolose” non porta a benefici nel tempo. Il consiglio è rivolgersi a uno psicologo che inquadrerà correttamente il disturbo e imposterà un trattamento ad hoc».

Quali le differenze tra tutti questi trattamenti?

«Il trattamento di bambini e adolescenti è quello più complesso e differente dagli altri. Perché coinvolge anche i genitori. A volte occorre anche attivare setting multipli di intervento, coinvolgendo altre figure (per es. gli insegnanti). E poi il disturbo del figlio non è qualcosa di isolato, ma un campanello d’allarme che ci fa riflettere sul fatto che la necessità di cambiamento riguarda tutto il nucleo famigliare. La consapevolezza da parte dei genitori è il primo vero obiettivo. Spesso i bambini diventano ansiosi davanti a circostanze poco conosciute e non sanno come reagire perché sono cresciuti in ambienti “iperprotetti” . Capita poi che sia stata trasmessa loro l’ansia da persone ansiose che per loro sono state figure importanti di riferimento. Queste riflessioni, senza puntare il dito su nessuno, ci devono solo servire a capire cosa mettere in atto per fronteggiare questa tendenza. L’ansia può essere anche appresa da determinate esperienze negative o essere determinata dalla paura di perdere le figure di attaccamento in primis i genitori».

Quando all’ansia va messo uno stop e bisogna ricorrere allo psicologo? In pratica quando diventa patologica?

«A volte ansia e preoccupazione sono talmente importanti e pervasive da condizionarci, e causano disagio clinicamente rilevante o si ripercuotono negativamente sul funzionamento personale, sociale, lavorativo. Il DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) parla di disturbi d’ansia elencando tra essi il disturbo d’ansia generalizzato e le fobie. Chi soffre del disturbo d’ansia generalizzato ha numerose preoccupazioni che si succedono una dopo l’altra e sono accompagnate da inquietudine. Addirittura qualcuno potrebbe passare oltre la metà del tempo a temere cose che poi non accadono. Queste preoccupazioni riducono la nostra capacità di risolvere i problemi, non ci fanno pensare chiaramente e sono molto difficili da controllare. Quindi in prima istanza è bene farsi delle domande e darsi delle risposte per provare a capire da noi stessi a cosa dobbiamo mettere uno stop: la mia vita sociale e lavorativa è cambiata? Quali sono le reazioni della mia famiglia e delle persone a me care?».

Che cosa fare quando si ha necessità di parlare spesso in pubblico per lavoro?

«Parliamo in questo caso di un’ansia anticipatoria, che procurerà sintomi lievi, ma fastidiosi per l’individuo e pertanto meritano attenzione. Premetto che non esiste uno strumento ideale per tutti perché molto dipende da quali sono i fattori cognitivi implicati. Esiste anche l’ansia sociale, definita una vera e propria fobia, che si manifesta appunto nelle situazioni “pubbliche”, che è un vero e proprio disturbo, invalidante. Per spiegare cosa intendo per fattori cognitivi implicati, nel caso dell’ansia sociale il cardine è la vergogna ovvero il timore di essere giudicati negativamente (gli altri penseranno che sia debole o non all’altezza) per i sintomi manifestati durante la performance (balbettio… sudorazione… vuoti di memoria). Col terapeuta si possono fare emergere le idee disfunzionali alla base e cominciare a individuare gli scenari possibili alternativi. Esempio: “Devo parlare ..farò la figura dell’uomo debole e pauroso.. Gli altri mi guarderanno perché comincerò a sudare…e balbettare noteranno che sono spaventato…” Se prima del trattamento lo stimolo è scappare via o evitare, la nuova alternativa possibile potrebbe essere pensare di resistere dentro la situazione ansiogena, vedere ciò che accade non anticipando risoluzioni drammatiche. “Potrei balbettare o sudare, ma non ci sono prove che questo sarà notato o soprattutto interpretato come segno di debolezza”. Potrebbe essere utile riflettere su questo prima di ogni performance pubblica, aiutandoci anche con tecniche di rilassamento o praticando Mindfulness, che non è una tecnica di rilassamento, ma un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora».

E quando capita prima di un’interrogazione a scuola o prima di sedersi davanti a un professore per superare un importante esame universitario?

«Stessa cosa, riflettiamo su quanto ci sta accadendo. Stiamo anticipando esiti catastrofici? Per noi è terribile che si verifichi la situazione temuta? Un buon esercizio è riflettere sui pensieri che accompagnano lo stato paventato (bocciatura, fallimento) misurare l’ansia che li accompagna, vedere quali sono i fattori che ci spaventano e cercare di pensare alla reale percentuale di probabilità di accadimento. Vederla diversamente insomma. Pensare che anche se non si raggiungeranno in pieno gli scopi prefissati, non saremo dei falliti e che non possiamo escludere piccoli rischi connessi con ogni attività imparando a tollerare il loro accadimento».

Esistono cure, esercizi che possano essere di aiuto?

«Nel caso di ansia sociale o ansia da prestazione per performance impegnative è molto utile a mio parere utilizzare prima dell’evento corrette tecniche di rilassamento. E anche imparare a praticare la Mindfulness, che come ho già spiegato, ha l’obiettivo di cercare di riportare l’attenzione sul “qui e ora”, distogliendo l’attenzione da preoccupazioni su eventi futuri e da rimuginazioni. È un buon aiuto per chi soffre d’ansia. Il disturbo d’ansia di separazione che riguarda molti bambini, ma anche i genitori, tende a generare pensieri angosciosi. In questi casi i genitori possono fare molto, individuando eventuali fattori di mantenimento, osservando le proprie reazioni emotive in risposta all’ansia del bambino, ponendo attenzione a propri comportamenti che potrebbero a loro volta generare tensione e ansia. Le esercitazioni di rilassamento possono essere implementate anche attraverso ausili come i cd registrati. Bambini e genitori praticheranno assieme e impareranno ad allenarsi quotidianamente per fronteggiare e avere la meglio sulla disfunzionalità provocata da eccessiva ansia».


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