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Il presidente Donald Trump mostra una copia del New York Post prima di firmare un ordine esecutivo volto a togliere lo scudo legale di cui godono i giganti dei social media. 
(Foto AP / Evan Vucci)

di Colin Anthony Groves

È arcinoto che il presidente Donald Trump non ami essere contraddetto, non importa chi sia l’interlocutore, lui deve avere sempre l’ultima parola. A meno che non gli convenga non averla. Il che è molto raro. Così nella sua lista dei ‘bad guys’ ora è finito pure Twitter colpevole, secondo il presidente, di avere osato scrivere sotto due dei suoi post una dicitura che invitava alla verifica delle affermazioni del presidente. Quale peggior dileggio poteva avere Trump, in qualità di presidente degli Stati Uniti, tra l’altro già in campagna elettorale, su una piattaforma digitale alla quale sono collegati milioni e milioni di utenti in tutto il mondo postano oltre 10mila tweet ogni secondo? Ovviamente è matematicamente impensabile ipotizzare che Trump abbia voluto derubricare la faccenda alla stregua di un semplice incidente di percorso, o magari si sia limitato a lanciare qualche battuta delle sue al vetriolo, visto che lui come presidente degli Stati Uniti non può certo accettare che Twitter possa soppesare quello che scrive, così è partito subito al contrattacco affermando che poiché i controlli di Twitter in concreto sono “decisioni editoriali” di conseguenza va valutata l’opportunità di cambiare il suo status affinché gli venga riconosciuto il ruolo di editore: obiettivo della vendetta di Trump contro Twitter danneggiare tutte le compagnie del settore, togliendo loro la protezione legale dai contenti pubblicati dagli utenti, ossia lo scudo legale. I gruppi del settore tecnologico non sono ovviamente d’accordo, dicendo che ciò soffocherebbe l’innovazione e la maggiore libertà che offre il Web, cascando proprio nella trappola tesa da Trump.  La Camera del Commercio degli Stati Uniti ha obiettato che “indipendentemente dalle circostanze che hanno portato a questo, non è così che viene fatta la politica pubblica negli Stati Uniti”.

Ma oramai l’ordine esecutivo di Trump è partito e ora toccherà alla Federal Communications Commission e alla Federal Trade Commission verificare se possono imporre nuovi regolamenti alle società, sebbene gli esperti abbiano detto che ciò non si possa fare senza un atto del Congresso. Il presidente della FCC, Ajit Pai, scrive Ap, ha dichiarato in una nota: “Questo dibattito è importante. La Federal Communications Commission esaminerà attentamente qualsiasi petizione presentata dal Dipartimento del Commercio”. Società come Twitter e Facebook, scrive sempre Ap, ottengono la protezione della responsabilità ai sensi della Sezione 230 del Communications Decency Act perché sono trattate come “piattaforme”, piuttosto che “editori”. Trump per contro ribatte: “Hanno avuto il potere incontrollato di censurare, limitare, modificare, modellare, nascondere, alterare praticamente qualsiasi forma di comunicazione tra cittadini privati ​​o un vasto pubblico pubblico. Non esiste un precedente nella storia americana per un numero così piccolo di società che controllano una sfera così ampia di interazione umana”. Trump ha anche accusato Twitter di interferire nelle elezioni presidenziali del 2020 “e ha dichiarato che come presidente, non permetterà che ciò accada. Brad Parscale, consulente digitale che è stato direttore dei media digitali per la campagna presidenziale 2016 di Trump e ora è il responsabile della campagna online volta alla sua rielezione, ha affermato che “il pregiudizio politico di Twitter è palese” non è un caso fa notare che proprio dal novembre dello scorso anno il Social Network ha vietato la pubblicità politica sulla sua piattaforma. Mercoledì sera, il CEO di Twitter, Jack Dorsey ha twittato: “Continueremo a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale”. Come dire su Twitter nessuna differenza, anche il presidente degli Stati Uniti deve seguire le regole. Il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg sulla questione è intervenuto un po’ più tiepido, prendendo quasi le distanze dalle affermazioni di Dorsey e su Fox News ha dichiarato che “la sua piattaforma ha una politica diversa, credo, rispetto a Twitter su questo”. Secondo Matt Schruers, presidente della Computer and Communications Industry Association, un’organizzazione con sede a Washington che rappresenta le società di computer e Internet, è improbabile che la proposta di Trump sopravviva a una sfida, anche perché nasce da ‘questioni personali’. Nancy Pelosi, presidente della Camera, con il vanto di essere stata la prima donna, la prima californiana e la prima italo americana a ricoprire questa carica risultando anche la donna che fino a ora ha raggiunto il grado più elevato nelle istituzioni politiche federali degli Stati Uniti, ha dichiarato che è “scandaloso che Trump non abbia rimosso i post dopo che Twitter ha posto un tag che invitava alla verifica delle dichiarazioni di Trump”. Il presidente e gli altri conservatori sostengono, da anni, che le società tecnologiche della Silicon Valley sono prevenute nei loro confronti. Ma le aziende hanno sempre sottolineato di non avere alcun interesse commerciale a favorire un partito politico rispetto all’altro. Il problema è iniziato nel 2016, due anni dopo che Facebook ha lanciato una sezione chiamata “trend”, che utilizzava gli editor per curare le notizie popolari, che poi è stata chiusa. Nell’agosto 2018, Trump ha accusato Google di ricerche distorte e Google ha reagito bruscamente, dicendo che l’affermazione di Trump era sbagliata. Nel frattempo Twitter e Facebook hanno iniziato a implementare dozzine di nuove regole per evitare la ripetizione dei post falsi sui candidati e il processo di voto che ha guastato le elezioni del 2016. Il mese scorso, Twitter ha lanciato un’etichetta “Ottieni i fatti” per indirizzare gli utenti dei social media ad articoli di notizie che offrono informazioni non fuorvianti o ancora peggio fake news. Trump continua ad affermare che lui è stato oggetto di un controllo, ma altrettanto rigore non c’è stato sulla disinformazione perpetrata dai media cinesi sul Coronavirus. Twitter ha risposto che ciò non è vero perché anche su un tweet di marzo di un portavoce del governo cinese che affermava erroneamente che l’esercito americano aveva diffuso il virus, è stato aggiunta una nota nella quale il Social Network invitava gli utenti alla verifica dei fatti.


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