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di Patricia Sinclair

Il lockdown ha bloccato la musica, non quella che si suonava dalle finestre dai balconi per fortuna no almeno quella, ma quella delle grandi piazze, dei grandi stadi, dei grandi e piccoli nomi, quella sostenuta da quell’indotto senza nome ma senza il quale non si riuscirebbe a fare niente. Altro che Covid-19. Lo sa bene anche Marco Patrignani, fondatore di Forum Music Village, uno studio di registrazione fondato a Roma nel 1970 da Armando Trovajoli, Ennio Morricone, Luis Bacalov e Piero Piccioni, che all’epoca però si chiamava ‘Studio Ortophonic’. «Più di uno studio che, da più di 40 anni, offre ai più grandi artisti nazionali ed internazionali la possibilità di creare musica», anzi ci tiene a sottolineare Patrignani, «la miglior qualità di produzione musicale possibile con tutte le più moderne tecnologie digitali, con un occhio di riguardo alla grande tradizione analogica».

Un luogo magico nel cuore della città eterna, Roma, che proprio quest’anno celebra 50 anni di vita…

«Sì proprio quest’anno il Forum Music Village festeggia 50 anni di vita, un anniversario importante che celebreremo con l’uscita di un libro, storico, biografico che racconterà la storia di questi studi e poi ci sarà anche l’avvio di una funzione museale. In pratica questi studi si trasformeranno anche in un museo e saranno visitabili su prenotazione e anche online attraverso un APP», spiega Patrignani.

Quando?

«Tutto entro il 2020. Covid-19 permettendo. Un ‘occasione unica di mostrare questi studi dove sono state incise oltre 2000 colonne sonore, tutti le colonne sonore dei premi Oscar, ‘La vita è bella’, ‘Il postino’ e altri capolavori che sono stati tutti connubi tra grandi registri e grandi musicisti. Come Ennio Morricone con Sergio Leone poi successivamente con Giuseppe Tornatore. E poi», prosegue Patrignani, «questi studi hanno ospitato i più grandi musicisti contemporanei, partendo da quelli di casa nostra Claudio Baglioni, Renato Zero, Francesco De Gregori, l’elenco è interminabile. Fra gli ultimo stranieri John Legend, Bruce Springsteen, Kanye West. «E poi va anche detto che l’attività di questi studi con il passare del tempo si è allargata sul versante della produzione di eventi all’interno e all’esterno per soddisfare una domanda sempre più pressante sotto questo aspetto e necessità e in rappresentanza dell’orchestra italiana del cinema. Per maggiori informazioni sul fronte della produzione di concerti basta visitare il sito dell’Orchestra Italiana del Cinema, che ho fondato e di cui sono presidente, e che ha sede proprio al Forum Music Village».

Ci racconti di qualche evento live…

«Quello de ‘Il gladiatore’ dentro al Colosseo e al Circo Massimo, con orchestra dal vivo, un evento unico sia per la location sia per la partecipazione della star hollywoodiana Russel Crowe».

E prima del blocco per il Covid -19 avevate in programma qualche spettacolo?

«Noi abbiamo portato in esclusiva italiana ‘Harry Potter‘ in concerto, quindi con musicisti dal vivo, ben 90 elementi di orchestra. Una formula di entertainment travolgente. Che avremmo dovuto esportare all’esterno per la precisione a Dammam, la capitale della provincia di al-Sharqiyya, in Arabia Saudita, la regione più ricca di petrolio al mondo, ma abbiamo dovuto rinunciarci per l’appunto causa Covid-19. O meglio il progetto è stato rimandato a ‘data da destinarsi’. Ma nonostante il lockdown che ci ha bloccato in parte a febbraio e a marzo, abbiamo comunque lavorato seguendo le procedure indicate dal Governo e in particolare dal Ministero della Salute, e dal 4 all’8 maggio abbiamo di realizzato la colonna sonora del film su ‘Rita Levi Montalcini’ composta dal maestro compositore Paolo Vivaldi. È stato un grande lavoro, siamo riusciti a separare un organico di 50 elementi nella sala di registrazione, adeguandoci ai protocolli sul distanziamento per la prevenzione, voluti dal Governo».

Marco Patrignani,
(ph. ©Musacchio&Ianniello)
E poi ?

«Abbiamo anche curato l’album dei Negroamaro».

Quindi nonostante la crisi non avete avuto sostanziali perdite economiche…

«In realtà la crisi ha toccato pure noi e aggiungo, senza sorprese per nessuno, che ci vorrà molto tempo per recuperare i soldi non incassati. Immagini un teatro con 300 posti se fa pagare il biglietto di entrata per uno spettacolo dai 30/40 euro l’incasso oscillerebbe dai 9.000 ai 12.00 euro. Ci aggiunga i costi di gestione, location, il personale… Poi occorre anche tenere presente che per chi produce un evento l’incasso non è l’interto costo del biglietto. Perché al costo del ticket va tolta una quota da versare a Siae e l’Iva quindi all’incirca almeno il 20%».

Una sala del Forum Music Village
Però voi non vi siete fermati comunque, siete stati bravi…

«Abbiamo come si suol dire ‘tirato i remi in barca’ e ci siamo impegnati a ripartire col desiderio di andare avanti, come atto di rispetto anche nei confronti di tutto l’indotto che si muove attorno al nostro settore, che non sono solo le strutture…immagini quante persone ci sono dietro le quinte di un evento, tecnici del suono, arrangiatori, musicisti…che non hanno incassato un euro in 3 mesi».

Nel settore però c’è molta concorrenza….

«Di studi ce sono tanti, ma quelli con standard elevati in termini di capienza e acustica ce ne sono meno di cinque al mondo e noi siamo fra quei 5 e lo dico non perché pecco di immodestia».

Se lei fosse al Governo quali provvedimenti adotterebbe per il settore?

«Io punterei sull’opportunità di offrire opportunità di lavoro per i musicisti puntando sulla defiscalizzazione dei guadagni. I musicisti più o meno costano la stessa cifra in tutto il mondo. Il problema è che in Italia un musicista per prendere 50 euro ne costa 100 se non 110 per via di oneri contributivi sociali di cui tra l’altro i giovani non fruiranno mai perché ci sono dei minimi contributivi oltre i quali non potranno mai andare».

C’è chi rimpiange il passato… ossia come venivano gestite le cose prima nel vostro settore…

«Non si può tornare indietro, bisogna guardare avanti. Certo un tempo le grandi major americane venivano da noi, a Roma, a registrare le colonne sonore dei loro film, nei famosi studios della Rca in via Tiburtina, perché noi sul fronte del suono non siamo mai stati secondi a nessuno…».

Quindi noi come difendiamo l’eccellenza e il talento italiano oggi?

«È difficile insistere sulla qualità perché in Italia tutto è più caro, una tassazione eccessiva, quindi se un produttore spende di meno a realizzare un’ opera nei Paesi dell’Est va da sé che in barba a tutto andrà lì a spendere i suoi soldi. Un vero peccato perché pensi che il nostro Pil potrebbe essere fatto al 70% di cultura».

Lei è diventato grande amico di Russel Crowe ci racconta com’è nata questa amicizia?

«Dovevo contattarlo per un evento, ma ero molto intimorito per la fama del personaggio e di conseguenza per il cachet che avrebbe chiesto e invece poi è accaduta una cosa stranissima…».

Ci racconti…

«Per un caso fortuito io sono stato contattato da lui…».

Davvero? E per quale motivo?

«Lui è molto attivo sui Social, twitta tantissimo, pensi che ha oltre 2,7 milioni di follower. Un giorno ho letto che ha ritwittato il post di una giornalista che raccontava che lui avrebbe potuto tornare a Roma per partecipare all’evento live organizzato per il film ‘Il gladiatore’, all’interno del Colosseo e del Circo Massimo,. Quando ho visto il retwett sono letteralmente saltato sulla sedia perché ho pensato che il sogno di averlo a Roma si sarebbe potuto avverare. Difatti così è stato. È stato lui a cercare una mia collaboratrice per dirci che era interessato a partecipare all’evento a tema che stavo registrando al Colosseo e al Circo Massimo. Ricordo tuttora la domanda della sua assistente: ” Il sig. Crowe la sta cercando per sapere che cosa deve fare per partecipare al suo evento. E quando io le ho riposto che l’evento si sarebbe svolto sia al Circo Massimo sia al Colosseo. La sua risposta è stata: “E lei dove lo vorrebbe?”».

Poi vi siete rivisti?

«Sì e siamo diventati anche buoni amici. Poco prima del lockdown (N.d.R. Crowe era in Australia e non ha partecipato alla consegna della Golden Globe vinto come attore protagonista della miniserie televisiva americana del 2019, ‘The loudest voice’, tratta dall’omonimo romanzo di Gabriel Sherman), sono stato ospite da lui 15 gg nel suo ranch e da allora si sentiamo spesso».

In Francia i musicisti se la passano molto meglio … parola di Caligagan

Anthony Caligagan si definisce un cittadino del mondo. Nato in Svezia da papà filippino e mamma svedese vive guadagnando con la musica, con la quale riesce a creare una sottile alchimia tra musica pop, folk e reggae raccontando storie sul storie sul filone ‘Be positive’, ‘Be a good person’, ‘Be a good friend’. La sua band è composta da Leopoldo Giannola (chitarrista e compositore), Sebastien Bouland alla batteria e voce di sottofondo, Antonio Sgro al basso, insomma un bel mix di nazionalità oltre che di stili. Inevitabile parlare del lockdown con lui, che guadagna anche con i live nei locali della Riviera Ligure e della Costa Azzurra. Ma la risposta è diversa da quella che mi aspetto: «Molto onestamente non ho accusato alcun contraccolpo, perché in Francia, (N.d.R. lui è residente a Nizza), si guadagna anche quando non si lavora». Oh mon dieu! Vraiment! Rispondo ironicamente in francese visto che Anthony sa parlare ben 5 lingue(!) e così sfrutto l’occasione di dire due parole in francese! E poi gli chiedo di spiegarmi meglio quello che mi ha appena detto: «Il cachet minimo sindacale per gli artisti, in Francia, è di 90 euro netti. La mia vita, da quando vivo a Nizza in termini economici, è nettamente migliorata. Qui lavoro tantissimo e qui ho anche conosciuto musicisti famosi (N.d.R. tra i tanti anche Julian Lennon) di fama nazionale e internazionale. “È stato tutto molto semplice e naturale. Ho già fatto concerti in diversi luoghi. Sì è vero, siamo in tanti, certo, ma alla fine la meritocrazia e la perseveranza premiano”. E poi per spiegarmi la storia dei guadagni durante il lockdown mi racconta di avere fatto domanda di accesso allo statuto di intermittent du spectacle (che indica chi ha contratti a tempo determinato) già da molto tempo. E in pratica chi ne gode, ha diritto a una sorta di “reddito di cittadinanza creativa”. «A fronte di 507 ore lavorate ogni anno, o di un quorum di 43 cachet da 12 ore ciascuno», spiega Anthony, «viene erogato un assegno di disoccupazione per i successivi otto mesi. Un sistema di indennizzo delle giornate non lavorative perché “chi lavora nel mondo dello spettacolo, lavora anche quando non lavora”. In pratica è come se si maturasse lo stesso diritto di essere pagati anche in malattia di una persona che lavora alle dipendenze di un’azienda. Se ne occupa il Pôle Spectacle».

La cover dell’ultimo album di Caligagan (ph. Natalia Homolova), che ha anche un APP molto seguita dai suoi follower (raffigurata qui sotto): Wegowedo

Come sei arrivato in Italia?

«Sono partito giovanissimo, a soli 16 anni, dalla Svezia per andare a suonare a Rimini (N.d.R. lui precisa chitarra e voce). Doveva essere un viaggio di andata e ritorno invece sono rimasto lì 10 anni. Ho formato una band, alla quale ho dato il mio cognome, ‘Caligagan‘, con dei ragazzi di Benevento. Poi ci ha notato un produttore che ci ha portato al Midem a Cannes, che è la fiera internazionale della musica che ogni anno riunisce i professionisti del settore per confrontarsi sui vari aspetti della produzione musicale e sulle nuove tendenze del mercato e della tecnologia. Correva l’anno 1995. Poi da lì ci siamo spostati in Costa Azzurra e viviamo qui da 25 anni. Ho realizzato due dischi, ‘Seven Languages‘ e ‘The Naked Garden‘ e ora continuo a lavorare tantissimo, a fare serate e tanto altro tra la Costa Azzurra e la Liguria».

Che cosa hai trascorso le tue giornate durante il lockdown?

«Quello che hanno fatto tutti. Ho guardato tutte le serie possibili e inimmaginabili che venivano trasmesse su Netflix, ho riordinato, ho chiamato amici, scambiato file musicali con altri musicisti e ho registrato e mixato 5 pezzi. Un record! Un lavoro che mi ha occupato 12 ore al giorno. Li sentirai presto su Spotify. Ne sono molto orgoglioso».

Ma mettere la propria musica sulle piattaforme non è un po’ svendere il proprio talento?

«Beh…sì un po’, ma oramai tutto funziona così. Su Instagram, Twitter, l’importante è raccogliere molti like, così magari dopo ti fanno una proposta per una campagna adv, o magari ti propongono qualcos’altro».

Molti musicisti italiani mi raccontano che oramai anche i diritti d’autore valgono tanti doppi, tripli zeri, in negativo quindi….0,003 ecc… pochi centesimi per volta… è un po’ demotivante non ti sembra?

«Che vengano in Francia a lavorare!».

Quali le cose positive e negative prima e dopo nel mondo della musica?

«Prima avevi maggior supporto delle case discografiche, ci mettevano la faccia e i soldi per produrre un disco, lanciavano un artista nel mondo della musica, ma alla fine il lato negativo era che guadagnavano molto di più e eccessivamente più dei musicisti».

Difatti ora si opta molto di più per il fai-da-te… a volte a discapito della qualità non ti sembra?

«Sì ma non importa, non hai spese, come faccio io. Io ho prodotto i miei dischi in casa, con gli amici scambio molte ‘tracce’ così, et voilà, il gioco è fatto».

Dopo il lockdown tante cene, tanti amici, tra questi anche Julian Lennon

«Ci siamo incontrati a ‘La Rascasse’, un locale di Nizza, in realtà nella nostra amicizia c’entra poco la musica ì, assieme di prassi preferiamo fare prettamente ‘delle grandi mangiate assieme’».

Fare il musicista ha tolto tempo gli affetti della vita privata?

«Sì però fa parte del gioco».

Mai dire mai a che cosa nella vita?

«Alla felicità. La vita è breve…».


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