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di Patrizia Bellini

Crescono i numeri dei contagi e Mario Furlan, presidente dei City Angels sempre in prima linea per salvare i senzatetto ora si trova a Bergamo per offrire il suo aiuto assieme alla sua squadra di volontari. Con lui abbiamo parlato nei giorni precedenti quando al problema dei contagiati si è aggiunto quello dei senzatetto che avevano necessità di contare su maggiori aiuti. Un problema non solo di Milano. “Noi siamo presenti in 21 città in Italia e in due, in Svizzera, per la precisione a Chiasso e a Lugano”, ha spiegato Furlan. “Tra gli homeless ora c’è la psicosi del virus Covid-19”, prosegue, “contrariamente a come si pensa i senzatetto sono persone molto informate e quindi ora la paura è aumentata”.

Con quali mezzi si informano?

«Con i cellulari, certo cellulari vecchi, quindi non di primissima generazione, donati da noi, dalle persone generose sempre pronte ad avere un gesto di riguardo nei loro confronti, con i quali però collegandosi alle reti WI-FI aperte riescono a seguire notiziari e a leggere le notizie di tutto il mondo».

E ora con il Coronavirus che cosa è cambiato nella vostra organizzazione?

«Siamo molto più impegnati sul territorio di prima, ma questo è scontato dirlo. Tanto per fare un esempio molti nostri “City Angels” sono impegnati nei centri di accoglienza e stanno offrendo supporto anche alla mensa del Convento dei Frati Minori Cappuccini di Milano, che ospita ben 400 senzatetto».

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E che cosa fanno?

«Aiutano a preparare i pasti che ovviamente non si possono più consumare uno accanto all’altro come prima. Vengono preparati dei sacchetti e controlliamo che il cibo venga mangiato a debita distanza».

E non avete problemi con qualcuno che si ribella che non vuole stare alle regole?

«No perché sono tutti piuttosto coscienziosi, chi lo fa è perché di prassi ha qualche problema o disturbo psicologico».

E in questi casi che cosa accade?

«Noi non possiamo trattenere nessuno, come di prassi quando vediamo un senzatetto per strada non possiamo obbligarlo a venire con noi per cercare rifugio in un centro di accoglienza. Gli parliamo con molta delicatezza, comprensione, gli diciamo dove si può usufruire di certi servizi, ma poi sta alla persona farlo o meno».

Insomma fare il City Angel non è un’azione di volontariato alla portata di tutti…

«Assolutamente no, c’è una preselezione, perché non tutti sono abituati a lavorare sotto stress e le situazioni che affrontiamo quotidianamente non sono tutte semplici da gestire. E chi passa dopo deve frequentare un corso di formazione di 20 ore per 4 settimane consecutive».

Quante ore lavorano i volontari?

«Tre ore la settimana, a turno. Invece quelli che lavorano nei centri di accoglienza, che sono circa 20, sono pagati perché offrono una presenza continuativa, che alla fine è un lavoro full-time».

Tu sei veneto, ma i City Angels in Veneto non sono presenti… giusto?

«Già e spero di contare presto una task force pure lì».


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