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di Philippe Bel

Uno dei primi e più evidenti impatti della crisi di Covid-19 fu sui trasporti, i viaggi e la mobilità. All’inizio di marzo 2020, gli Stati membri dell’Unione europea (UE) avevano già reintrodotto i controlli alle frontiere interne di Schengen a causa di una minaccia immediata per l’ordine pubblico e il 17 marzo 2020 i capi di Stato o di governo hanno concordato di rafforzare le frontiere esterne applicare una restrizione temporanea coordinata ai viaggi non essenziali verso l’UE. Le restrizioni di viaggio e le misure di contenimento adottate per limitare la diffusione della malattia, all’interno e alle frontiere esterne dell’UE, hanno portato a drastiche riduzioni del traffico in tutti i modi di trasporto. In una comunicazione sulla risposta economica coordinata a Covid-19 pubblicata il 13 marzo 2020, la Commissione europea ha sottolineato che la pandemia sta avendo un forte impatto sui sistemi di trasporto e che l’interruzione del flusso di merci porta a gravi danni economici. La Commissione ha affermato che, oltre agli sforzi di coordinamento e orientamento e alle azioni per limitare la diffusione del virus, agirebbe per contrastare e mitigare le conseguenze socioeconomiche della pandemia, che sono eccezionalmente forti nei settori chiave dei trasporti , viaggi e turismo. La Commissione ha già adottato misure sulla mobilità e sui trasporti e sta collaborando con gli Stati membri per fermare la diffusione della malattia; assicurare che beni e servizi essenziali quali alimenti, medicinali e dispositivi di protezione circolino liberamente nel mercato interno; e garantire la libera circolazione dei lavoratori, specialmente quelli che esercitano attività critiche come gli operatori sanitari e gli addetti ai trasporti. Per affrontare il rischio di una grave recessione economica, la Commissione ha adottato un quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato che consente ai paesi dell’UE di fornire assistenza alle imprese. Alcune misure settoriali specifiche sono già state approvate, anche in materia di trasporti.

Nel Regno Unito

Alle persone che già usano i mezzi pubblici, seppur in numero contingentato, è stato chiesto non solo di usare la mascherina, soprattutto quando non è possibile mantenere le distanze di sicurezza, ma di usare anche i guanti indispensabili quando si toccano corrimano, o si pigiano i tasti della pulsantiera di un ascensore dentro la metropolitana per evitare un ulteriore scoppio del Coronavirus proprio ora che il Regno Unito sta uscendo dal lockdown. Lo ha detto anche il premier Johnson nel suo discorso per inaugurare la fase 2,”state attenti”. Lo ha ripetuto anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, confermando che la frequenza dei trasporti pubblici non verrà aumentata fino alla prossima settimana. Johnson ha affermato che i trasporti pubblici dovrebbero essere evitati soprattutto quando le persone torneranno al lavoro, sollecitando i pendolari a viaggiare con la loro auto privata, a piedi o in bicicletta. Di fatto però le foto pubblicate sui Social mostrano le carrozze della metropolitana londinese già congestionata, in barba a tutte le raccomandazioni fatte finora affinché la gente mantenesse le distanze sociali. Scrivendo su Twitter, un passeggero oggi ha scritto: “Nella metro siamo stretti come le sardine. Vedo molte altre morti inutili”. Parlando a Sky News, il sindaco di Londra ha detto: “Il governo oggi pubblicherà una guida di raccomandazioni che andranno dalle distanze sociali – ad esempio, sui mezzi pubblici – alle coperture coperture facciali non mediche non solo per i passeggeri.”E il consiglio è chiaro: utilizzare i mezzi pubblici solo se è proprio indispensabile, e se lo fai, evita se puoi di farlo nell’ora di punta”.

Andrea Cucco, Quality and Sustainability Director chez LFF market
(ph. What-u.com)
In Francia

Con quali mezzi è stata affrontato la pandemia? «Innanzitutto c’è stato il fattore sorpresa. Sabato 14 Marzo a fine pomeriggio», dice Andrea Cucco Quality and Sustainability Director chez LFF market, «il primo ministro ha annunciato la chiusura a partire dalla mezzanotte di tutti i ristoranti, bar, negozi che non vendevano merci di prima necessità o alimentari. I nostri 250 punti vendita erano quindi coinvolti in questa chiusura. Il lunedì le scuole sono state chiuse e coloro che non avevano una soluzione per tenere i figli hanno dovuto prendere immediatamente ferie per organizzarsi. La mia rete di informazione (ministero dell’economia e le confederazioni del commercio retail) mi hanno subito confermato che il Governo stava per imporre un confinamento di 45 giorni a partire dall’inizio della settimana entrante e nell’immediato il mio staff ed io, abbiamo dovuto risolvere la chiusura dei nostri 250 punti vendita. Molte le incognite da gestire», spiega Cucco, «le principali quelle relative alle modalità e alla durata del confinamento. Sul fronte delle garanzie sulla salute da assicurare ai dipendenti penso proprio che nessun membro del Comitato di Direzione abbia dormito la notte tra sabato 14 e domenica 15 marzo. Il 16 Marzo alle 20 il Presidente della repubblica francese a reti unificate ha stabilito il confinamento a partire dal mezzogiorno di martedì 17 per la durata iniziale di due settimane di conseguenza abbiamo immediatamente proceduto ad un risk assessment per determinare cosa imporre ai colleghi e come salvaguardare la sicurezza di cose e persone. In un contesto di mancanza assoluta di mascherine, guanti e soluzioni idro alcooliche», sono state create delle linee guida per dare una coerenza ai comportamenti dei colleghi e per evitare errori gravi (N.d.R. come infrazioni al decreto di confinamento o l’utilizzo di mezzi di protezione inadeguati la cui responsabilità penale poi ricade sui dirigenti). Ogni Manager ha contattato la sua équipe imponendo la cassa integrazione o lo smart working a seconda della mansione del lavoratore. Ogni settimana sono stati comunicati aggiornamenti per informare tutti sull’evoluzione della situazione. Ogni Prefetto è stato consultato per conoscere eventuali restrizioni specifiche regionali (come si vedrà in seguito, la pandemia si è sviluppata in maniera non uniforme sul territorio con un’esplosione di casi in Alsazia e nell’Île-de-France». Qual’è stato il punto critico? «Decidere di annullare, modificare, ritardare tutte le operazioni commerciali previste da quasi un anno e per i quali la merce era già arrivata o stava arrivando, la logistica, ci tiene a precisare Cucco, «è stata mantenuta in funzione grazie ad un’eccellente organizzazione di razionalizzazione delle risorse». Come sopperire a certe mancanze? «Nell’immediato ogni manager si è attivato per favorire gli approvvigionamenti in equipaggiamenti di protezione (mascherine, guanti, visiere, schermi in plexiglass), soluzioni antivirali (essenzialmente soluzioni idro alcooliche). Fortunatamente io avevo già avuto modo di pilotare la cellula di gestione della crisi quando lavoravo in Auchan France nel 2003 quando la SARS Covid-2 arrivò in Europa e soprattutto nel 2009 quando ero Manager Qualità nel Gruppo Kingfisher (Holding che gestiva all’epoca circa 2000 negozi DIY in 11 Paesi tra Europa e Asia) e l’influenza A H1N1 paralizzò il mondo per qualche settimana, rivelandosi per fortuna poco dopo meno pericolosa del previsto. È dal 2002 che collaboro con l’OMS ed ero già al corrente che le mascherine di tipo FFP2», aggiunge Cucco, «riescono a fare passare le goccioline in sospensione che trasportano il virus, perché riescono a filtrare particelle fino a 0,3 micron. La presenza della valvola serve solo a rendere più facile la respirazione». Come fare dunque senza queste mascherine chiede What-u a Cucco? «Bisogna trovare soluzioni alternative e/o evitare i contatti tra le persone. Ci siamo quindi immediatamente indirizzati verso le mascherine di tipo chirurgico che proteggono poco il portatore ma evitano che il contagio si diffonda. Sono quelle che indossano i dentisti quando lavorano su un paziente. Poi abbiamo fatto riunioni quotidiane con la nostra filiale in Cina per coordinare la selezione dei fabbricanti e programmare la produzione di prodotti conformi alle specifiche europee (Norma EN14683). Perché ci siamo resi subito conto che la norma europea non è presente ovunque e quindi abbiamo dovuto optare per la sua versione omologa (made in China) che è la YY/T 0969. Ma nel frattempo le dogane francesi hanno fatto sapere che non avrebbero condonato l’importazione di mascherine senza la certificazione della norma europea EN 14683, quindi è stato davvero una situazione sempre al limite. Basta solo dire che le mascherine hanno cominciano ad arrivare a metà aprile, ma in numero assolutamente insufficiente». Insomma è accaduto esattamente quello che è accaduto in Italia… «Da noi il Governo non è stato in grado di importare mascherine e questo ha dato la stura al mercato nero, molte le importazioni parallele dall’Olanda e con queste notizie si sono riempite pagine e pagine di giornali». Sul fronte delle prospettive future Cucco conclude dicendo: «Il futuro è ogni giorno, è domani, è dopodomani……..stamattina 11 Maggio una parte degli esercizi chiusi ha potuto riaprire (ad esclusione di bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e tutte le attività non cruciali). Tutti i nostri punti vendita sono stati aperti al pubblico con le predisposizioni anti-Covid, dagli schermi in plexiglass, alle indicazioni sul pavimento. alle soluzioni er le distanze di sicurezza, soluzioni idro alcooliche a disposizione dei clienti, mascherine, guanti in vendita a prezzi molto bassi per permettere ad ognuno di affrontare la fase 2 della pandemia nelle migliori condizioni. I feedback che abbiamo ricevuto già oggi dai Direttori dei nostri punti vendita sono stati davvero positivi e questo è stato il migliore premio che potevamo ricevere per così tanto lavoro. Anche noi manager siamo tornati in ufficio in numero ridotto per finalizzare gli ultimi dettagli e verificare che tutte le procedure vengano rispettate. E la soddisfazione è stata che malgrado 7 settimane di “buco” commerciale, la ns azienda ne è uscita più solida e flessibile da questa crisi grazie al valore delle persone che la dirigono. Sono fiero di avere concorso a questo risultato e ora faremo tesoro delle difficoltà che abbiamo incontrato. È nella dificoltà che si puo crescere, nel confort il rischio é la sclerosi e l’immobilismo».

Alla prova del lockdown un’impresa su quattro è arrivata preparata per affrontare l’emergenza

Alla prova del lockdown, una impresa su quattro è arrivata – almeno in parte – preparata: il 24,6% delle imprese italiane, infatti, ha investito nell’adozione di sistemi di smart working per innovare il proprio modello organizzativo aziendale tra il 2015 al 2019. Il dato, che emerge dal bollettino annuale del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, è cresciuto rispetto al 2018 (23,5%) e segue un trend di incremento consistente, destinato probabilmente a conoscere una ulteriore impennata nel prossimo futuro. Non tutti i settori, ovviamente, si sono potuti adattare all’introduzione del lavoro agile nella stessa maniera. L’ambito più ricettivo è quello delle Public utilities (luce, acqua, gas) in cui il 34,7% delle imprese ha dichiarato di aver investito in smart working, a seguire quello dei Servizi (25,5%), l’Industria (22,5%) e fanalino di coda, come facilmente immaginabile, le Costruzioni (19,9%). All’interno del mondo dei servizi, hanno investito in smart working il 50,9% delle imprese di Servizi informatici e delle telecomunicazioni, il 48,8% delle imprese di Servizi finanziari e assicurativi, e il 40,3% dei Servizi avanzati di supporto alle imprese. A questa modalità di lavoro a distanza hanno invece guardato solo il 15,7% delle imprese dei Servizi culturali, sportivi e altri servizi alle persone e il 17,9% dei Servizi di alloggio e ristorazione e servizi turistici.Nel sistema industriale, sul lavoro agile hanno puntato il 33,3% delle Industrie elettriche, elettroniche, ottiche e medicali, il 32,8% per le Industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere e il 29,6% delle Industrie di fabbricazione macchinari. Il Mezzogiorno è l’area del Paese in cui maggiormente le imprese hanno puntato sul lavoro a distanza, un’opportunità offerta dalla tecnologia per colmare altri gap strutturali. A favore di questa modalità organizzativa hanno investito il 27,1% delle imprese meridionali. A seguire il Nord Ovest, con il 24,1%, il Nord Est con il 23,5%, quindi il Centro con il 23%. A fare la differenza, però, è soprattutto è la classe dimensionale delle imprese. L’innovazione del lavoro agile riguarda infatti il 53,1% delle aziende con più di 500 dipendenti, il 50,3% delle aziende tra i 250 e i 499 dipendenti e il 41,8% delle aziende tra i 50 e i 249 dipendenti. La percentuale scende per le imprese più piccole. Infatti si notano investimenti in smart working solo per il 31,1% delle imprese tra i 10 e i 49 dipendenti, e per il 21,3% di quelle tra 1 e 9 dipendenti. Lo smart working è però solo una delle possibili modalità  organizzative e dei nuovi modelli di business che stanno adottando le nostre imprese messi a disposizione dalla trasformazione digitale. Excelsior mostra infatti che nel 2019 ben il 36,9% delle imprese (contro il 35,4% del 2018) ha dichiarato di aver investito in attività di digital marketing. Al primo posto il settore dei servizi (39,3%), al secondo quello delle Public utilities al 37,3%, poi al 31,2% il settore dell’Industria e il 25,5% in quello delle Costruzioni.  Dal punto di vista territoriale si nota una sostanziale omogeneità tra tutte le aree del paese in cui spiccano sia il Nord Est con il 37,5%, sia il Sud e le isole con il 37,3%. A seguire il Nord Ovest con il 36,9% e il Centro con il 35,8%. Le imprese più grandi hanno un tasso maggiore di investimenti in digital marketing: l’innovazione riguarda infatti il 70,5% delle aziende con più di 500 dipendenti, il 68,3% delle aziende tra i 250 e i 499 dipendenti e il 58,5% delle aziende tra i 50 e i 249 dipendenti. La percentuale scende per le imprese più piccole. Infatti, sui canali di promozione e vendita online hanno puntato un buon 44% delle imprese tra i 10 e i 49 dipendenti e il 33% di quelle tra 1 e 9 dipendenti.


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