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Mai come oggi la locuzione latina ‘Mens sana in corpore sano’, tratta da un capoverso delle Satire di Giovenale, appare così azzeccata per aiutarci a riprendere il filo con noi stessi. Lo ha confermato una stima di Coldiretti, in occasione dell’avvio della Fase 2, sui dati dei consumi nazionali di Ismea, che hanno visto crescere del 18% la spesa di cibo finito sulle tavole del Belpaese.  Insomma c’è stato un vero e proprio boom del cosiddetto “comfort food” ricco di calorie, sottolinea la Coldiretti, un’ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati: +150% farine e semole, +14% pane, crackers e grissini, +7% pasta e gnocchi, +38% impasti base e pizze, +13% dolci, +24% primi piatti pronti oltre al +37% di olio semi usato per fritture di ogni tipo, dolci e salate nel periodo compreso tra il 16 marzo ed il 12 aprile, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che hanno fatto lievitare oltre che i consumi medi anche il giro vita di numerosi italiani.
Con l’inizio della Fase 2, che ha permesso passeggiate e allenamenti singoli, con il via libera a runner e ciclisti, la perdita di peso per il 47% degli italiani, che secondo Coldiretti/Ixe’, è divenuto un vero e proprio must. Ma non sono stati solo gli Italiani a fare lievitare il loro girovita. A quanto pare anche nel Regno Unito il 47% del popolo di oltremanica ha ammesso di essere ingrassato di almeno 2 kg circa nelle prime sei settimane. Inoltre, una persona su 20 ha detto di essere ingrassata così tanto da aver ancora paura di pesarsi. Secondo un rapporto di Raisin.co.uk, si legge sul sito Londradavivere.com, in media il popolo britannico ha accumulato 333 calorie più ogni giorno mentre era confinato nelle loro case. I fattori chiave dietro l’aumento di peso nel dettaglio sono stati diversi: tra questi, un aumento dell’assunzione di alcol (35%), un’alimentazione di conforto (24%) e la mancanza di esercizio fisico (17%). La Professoressa Anne-Marie Minihane, della Norwich Medical School, ha spiegato che ci sono anche ragioni fisiologiche per alcuni di questi comportamenti. Quando il corpo è stressato produce troppo cortisolo, il che ci rende più propensi a mangiare troppo, soprattutto quella tipologia di cibi maggiormente ricchi di grassi e zuccheri. Così ora anche nel Regno Unito si sta lottando contro il Coronaspeck (parola coniata dai tedeschi utile per descrivere bene il grasso depositato da settimane di reclusione forzata). E secondo un’indagine del Cambridge Weight Plan, si legge sempre sul sito che parla della capitale inglese, gli inglesi stanno già pianificando di ridurre il loro aumento di peso. Come? Il 30% dice che intende intraprendere un’azione immediata aumentando l’esercizio fisico, il 45% dichiara di avere già pianificato un cambio delle attuali abitudini alimentari, persino riducendo l’assunzione di alcol (il 21%). Primo tra questi proprio il premier Boris Johnson il cui programma pare sia quello di “buttare giù” almeno 10 chili.

Il Mail on Sunday, lo scorso fine settimana, ha riportato che il Primo Ministro sta lanciando una dura battaglia contro l’obesità in Gran Bretagna, forse sollecitato anche da una polemica generata da un medico che ha affermato che quando Johnson è stato ricoverato per sottoporsi a cure immediate per sconfiggere il Coronavirus era in forte sovrappeso, che secondo le  recenti scoperte di scienziati dell’Università di Glasgow, dell’Università di Edimburgo e dall’Imperial College di Londra pare sia uno dei maggiori fattori di rischio per il Covid-19 con tassi di mortalità per che superano il 37%.

Due terzi dei britannici erano sovrappeso o obesi prima della crisi. L’NHS ha confermato che 10.660 di ammissioni in ospedale erano direttamente attribuite all’obesità lo scorso anno, e 711,000 avevano l’obesità come fattore contributivo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il Regno Unito era al terzo posto nella tabella europea sull’obesità. Per evitare che l’obesità e le malattie correlate continuino ad affliggere la salute e l’economia del popolo inglese il governo si è posto l’obiettivo di dimezzare l’obesità infantile entro il 2030. Un altro dato preoccupante riguarda il numero delle prescrizioni effettuate per i diabetici che questo inverno hanno raggiunto il record annuo di £ 1.075 miliardi, che significa che fra il 2018 e il 2019, una sterlina su otto è stata spesa in prescrizioni di medicinali prescritti per il diabete. Quindi ora è necessario correre in tutti i sensi ai ripari. (B.N.)


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